Come un pianista tra le macerie. La canzone di Benjamin Verdonck.

Una volta Friedrich Nietzsche, uscendo dalla sua casa torinese di via Carlo Alberto 6, vide un cocchiere frustare a sangue il suo cavallo. Sconvolto e furibondo, abbracciò piangendo l’animale. E diventò pazzo. Questa storia è molto famosa. Però non è vera. Gli inuit hanno un numero spropositato di parole per dire neve, qualcosa come cento, o magari di più, in modo da poter definire la neve soffice, la neve sofficissima, la neve per costruire un igloo e così via, dal momento che attorno a loro non c’è altro che neve. Tuttavia anche questa storia non è vera. Pazienza.

Benjamin Verdonck se ne sta lì in piedi con un’espressione vagamente beffarda, quello sguardo azzurro ghiaccio, davanti a una misteriosa struttura rettangolare di cui ancora ignoriamo natura e funzione, a raccontare delle storie che non sono vere. In mano tiene il modellino di una bella casa, che parrebbe proprio la casa di Nietzsche, viene da pensare, ma invece è la riproduzione di un altro modellino che Benjamin stesso vide un giorno in una foto, e al quale riuscì a risalire dopo un complesso lavoro di ricerca che non saprei ripetere, ma in cui c’entravano Google Street View e un’immagine riflessa in una vetrina. Non importa.

liedje voor gigi, benjamin verdonck

Song for Gigi inizia così. Non è immediatamente chiaro come, ma d’altronde stiamo ascoltando una canzone, no? C’è la musica, naturalmente, una bellissima composizione eseguita dal vivo da due chitarristi che sembrano provenire da due continenti diversi (ma invece no), uno col cappellino con la visiera, un altro che in verità non suona proprio una chitarra, bensì uno strumento a corde direi orientale (vestito, giustamente, all’orientale).

E c’è quella strana struttura, soprattutto, fatta di scatole che contengono altre scatole, di pannelli e di ripiani, che l’artista di Anversa inizia un poco alla volta a muovere, manovrando delicatamente delle corde che aprono una porta svelandone un’altra, e poi un’altra ancora. È un piccolo teatro magico, issato su due alte gambe, che ha costruito lui (“Perché volevo qualcosa che fosse facile da trasportare”, chiarisce). Lo sguardo s’insinua al suo interno, la prospettiva si fa sempre più profonda, si perde tra riquadri concentrici, spalti, colonne, scalinate. E poi nevica. E poi brillano le stelle.

liedje voor gigi, benjamin verdonck

Mentre il quadro si compone e si scompone, ascoltiamo piccoli racconti, barzellette e aneddoti di pinguini e biblioteche, dietro i quali trapela una realtà confusa, un mondo che non è facile decifrare. Benjamin mi spiegherà che tutto è partito da una conversazione con la sua figlia più piccola: come si fa a dire a un bambino cos’è giusto e cos’è sbagliato, cos’è vero e cosa non lo è? “Erano i giorni degli attentati in Occidente. Dei bombardamenti in Siria. E c’era quel pianista che continuava a suonare tra le macerie. Forse si può capire di più attraverso una melodia, che con le parole. Lasciando intravedere la realtà mentre si parla di tutt’altro. Così ho scritto una canzone”. Alla fine quella canzone Benjamin la canta, con due piatti in mano che sembra sempre sul punto di sbattere e invece no (ma poi lo fa quando meno te l’aspetti, e sobbalzi comunque).

Ci si trova così a vagare tra quelle stanze, cullati, accompagnati, divertiti, sorridenti, dispersi, e per l’occasione anche abbastanza storditi dal microclima subtropicale che regna all’interno del Cinema Italia di Polverigi, al quale parte del pubblico tenta con scarsi risultati di opporsi sventolandosi blandamente col programma, per poi abbandonarvisi, amplificando così uno stato percettivo visionario, appena alterato, che non è poi male: agli adulti non capita spesso di fidarsi dell’immaginazione; non è facile vedere il mondo con lo sguardo dei bambini senza abbandonare il contatto con la realtà, senza perdere in profondità. Song for Gigi ci riesce.

Dove e quando l’ho visto: Polverigi (AN), Arena del Sole, 21 giugno 2018

Qualche altra informazione: benjamin-verdonck.be, inteatro.it

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