La parola lirica e solenne. I Giuramenti del Teatro Valdoca

Portiamo nella voce, nel pensiero, questo dono, il più prezioso forse. Di certo il più pericoloso: la parola. La logorata o viva. Cara nostra parola.

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Ph Ana Shametaj

Fuori dal Teatro Bonci di Cesena, venerdì, c’era una fila lunghissima, su tutta la piazza, per la terza e ultima replica di Giuramenti, il nuovo spettacolo del Teatro Valdoca, che ha debuttato mercoledì 12 aprile. Un appuntamento molto sentito. Ho letto che il Valdoca produce una grande opera teatrale ogni cinque anni, prendendosi il tempo necessario alla ricerca e all’elaborazione. Tre mesi intensivi nei boschi di Mondaino, attorno all’Arboreto, Teatro Dimora, hanno concluso questo lungo periodo di attesa. Dodici ragazzi hanno convissuto, provato e improvvisato, lasciandosi guidare dagli spunti testuali di Mariangela Gualtieri e dalle indicazioni di Cesare Ronconi. Mi è subito piaciuto molto questo carattere boschivo, di rovi, sentieri, terra, ruscelli, salite e discese, e mi è subito piaciuta molto questa parola: giuramenti. Non si usa quasi mai.

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L’Arboreto – Teatro Dimora, Mondaino (RN)

Le sedie della platea erano coperte da un grande telo bianco sul quale scorreva, proiettata, l’acqua. Al lato opposto rispetto al palco c’era una scultura con quattro zampe, come un altare, o un feretro. Quindi si potevano occupare solo i palchi. Escono i ragazzi, sono bianchi, sono giovani e morti. Glielo diciamo? Cosa? Che abbiamo più di cent’anni. Che sappiamo volare. È un Coro. Il Coro è l’elemento attorno a cui l’intero spettacolo prende forma, quasi un’opera lirica, parlata e cantata, all’unisono e a una voce sola. Tutti insieme, o a piccoli gruppi, i giovani attori occupano lo spazio dell’intero teatro. Camminano, corrono in cerchio a passo di danza, sempre più forte, compongono schiere, cantano. Una ragazza avanza, e pronuncia il suo monologo. Parlami che io ascolto. Parlami che mi metto seduta. E ascolto. Metto una mano sull’altra. Parlami e ascolto. Un ragazzo traina un carro. Che cos’è, io chiedo, questo sentire. Perché, all’improvviso, per un pugno di intense parole, o per un risuonare di note, o per una faccia, quella faccia, o anche se guardo da solo il mare.

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Ph Maurizio Bertoni

Non c’è una trama. Non c’è uno schema. C’è il ritmo. Non accade nulla, e accade tutto, tutta l’energia vitale, tutte le domande, le richieste, i desideri, la voglia, le paure, le incertezze, viene tutto fuori, con una parola bella, importante, corposa, violenta. C’è un tempo preciso, qui e ora, i vent’anni dei protagonisti, e un tempo antico, eterno. Il testo di Mariangela Gualtieri è bellissimo, si agita nelle voci dei ragazzi. Viene voglia di rileggerlo, d’impararlo a memoria, di recitarlo. Sono parole di amore, di vita, di gioventù, di sfrontatezza, di fede, giuramenti all’amicizia, alla comunità, al contatto, alla vita, affermazioni di principi, di sé, invocazioni, rituali.

Questo chiedo: avere in me il seme della tempesta. Spazzare via la calma apparente della generazione mia. Destare la rivolta. Spaccare voglio questa convinzione di concretezza, la dittatura dell’apparenza, della misura, della materia dominante. Affiora tutta la vicinanza di quei mesi passati insieme, gli odori, i suoni, l’avventura saltano fuori selvatici, c’è la sensazione di qualcosa di primitivo, primordiale, visceralmente umano, forse dimenticato. L’uomo chiede, la quercia, il mare rispondo, la natura ha la chiave. Baci, coraggio, disperazione, immensità, animali, piante, erba, dentro e attorno a sé. È una grande opera collettiva, l’espressione di una grande forza. E il Coro – finestra spalancata sul mondo, ferocemente – chiude con un saluto finale, che contiene dentro tutto, l’individuale, il pubblico, l’attualità, il presente.

Dove e quando l’ho visto: Cesena, Teatro Bonci, 14 aprile 2017

Qualche altra informazione: www.teatrovaldoca.org

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