Il Natale in casa Cupiello di Latella, in parole semplici

A questo spettacolo sono arrivata con un mucchio d’informazioni stipate in testa, letture di recensioni di stampo opposto, l’intervista col regista, il ricordo di un precedente spettacolo che non mi era piaciuto e pure una e-mail a sorpresa in cui qualcuno proponeva d’interdire e far arrestare Latella, insieme ad altri suggerimenti che non riporto per delicatezza. Pur non concordando con questi pareri, mi ero comunque immaginata che, nel caso avessi poi scritto qualcosa, avrei usato aggettivi quali concettuale, pretenzioso, incomprensibile, ricercato, presuntuoso, autoreferenziale. Invece non me ne serve nessuno.

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Ph Brunella Giolivo

Natale in casa Cupiello è una delle commedie più famose e amate di Eduardo De Filippo. La trama, a grandi linee, è questa: interno napoletano; Luca Cupiello è ossessionato dal presepe, ogni anno lo allestisce con cura maniacale ma suo figlio Tommasino detto Ninello non gli dà mai una soddisfazione, Te piace ’o presepe? No, e pure sua moglie Concetta ne ha le scatole piene. La figlia Ninuccia è sposata con Nicola ma ha un amante, Vittorio, e alla vigilia di Natale si scatena un putiferio perché, a causa di una serie d’incastri, viene tutto a galla. Per Luca è un collasso, morale e fisico: quella famiglia in cui credeva, costruita e alimentata con tanta cura, era un’illusione, una grande menzogna.

Questo Natale in casa Cupiello di Antonio Latella da una parte ha scatenato le ire di alcuni spettatori, nello specifico dei cultori di De Filippo, inorriditi dallo stravolgimento dell’allestimento, dall’altra ha conquistato una profusione di elogi dalla critica (Latella, pluripremiato, è considerato tra i migliori registi contemporanei). La prima parte non mi preoccupava, non soffro per gli stravolgimenti, se hanno un senso. La seconda, invece, mi ha fatto temere di trovarmi di fronte a qualcosa di cui non avrei capito niente, un accumulo di simbolismi e richiami letterari che io solitamente o non riconosco, perché non sono abbastanza preparata, o se li riconosco non so cosa farmene.

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Ph Brunella Giolivo

Premesso che ci sono, lo spettacolo non vive però di quelli. È un lavoro corposo e dettagliato sul testo originale (integro e intero), che lo esalta, con una messa in scena in tre atti imponente. Gli attori recitano in napoletano e in italiano testo e didascalie, precisando dunque cosa stanno per dire o fare e in che modo (entrando da sinistra, risponde infuriato), citando pure gli accenti (acuto, grave, circonflesso) con conseguente slancio o inarcamento del corpo, che si potrà obiettare che non vuol dire niente, ma cadenza e colpisce. All’inizio schierati in fila, bendati. Un coro che scandisce, ritma, canta. Chi parla si toglie la mascherina. Al centro un nervoso Lucariello (Francesco Manetti), la solida Concetta (Monica Piseddu), Nennillo, Ninuccia, Nicolino, Pasqualino e gli altri. Sulla loro testa una stella cometa splendida, gigantesca e minacciosa.

Secondo atto: il pranzo. Concetta che traina un carretto, tutto il peso, tutta la fatica sulle sue spalle, un delirio di animali di pezza lanciati dalle braccia di un personaggio all’altro con ciuffi di pelo che rotolano qua e là, il bacio tra Ninuccia l’amante, la comparsa di Nicolino, il marito, Ninuccia scaraventata da un uomo all’altro, lo sconforto profondo di Concetta, Luca indaffarato col presepe, poi la scoperta, e il malore. Scena nuda, nera, musica alta, incalzante, movimenti rapidi, concitati. E la voce registrata di Eduardo, Mo miettete a fa ò presepio n’ata vota… ricominciamo da capo tutto, che ritorna, e si ripete, e fa alzare la testa verso l’alto con riguardo, forse un po’ di soggezione, ai personaggi in scena, ed emoziona, e sicuramente fa venire nostalgia a tanti in sala.

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Ph Brunella Giolivo

Rabbia, a pochi. Ad esempio a un signore seduto un paio di file dietro di me che ha commentato a voce alta l’intero spettacolo, anticipando le battute, illustrando ciò che era chiaro a tutti quindi sicuramente anche alla donna al suo fianco alla quale si rivolgeva, quanta pazienza, intercalando con dei ma guarda quello, ci mancava solo questa, e continuando imperterrito nonostante le gentili ma ripetute richieste di silenzio dei vicini. Siccome è stato un caso isolato (per quel che ho percepito dalla mia postazione), lasciamolo stare lì, come tale. Quattro o cinque persone se ne sono andate, ma per il resto una buona accoglienza.

Il terzo atto è cantato, litanie funeree. Le donne dalle larghe gonne in nero, Luca  bambinello in fin di vita nella mangiatoia, due peluche a vegliarlo negli ultimi respiri. Io non mi sento troppo affine al lavoro di Latella, ma in conclusione, di questo spettacolo, mi hanno colpito i quadri, le composizioni umane, il copione srotolato, studiato. E poi si capisce. Mentre mi rimane sinceramente oscuro il motivo di un accanimento a prescindere contro un’interpretazione. In generale. C’è un divieto legale, morale, etico, letterario, culturale, o cosa? Il testo è quello. Minuzioso. La storia è quella, i personaggi sono quelli. Chiaramente la mano e la testa del regista ci sono e si vedono, in modo imperativo. Ma questo si sapeva, e non mi risulta sia proibito.

La mia impressione è che una simile operazione su De Filippo non possa che stimolare curiosità e interesse in chi lo conosce poco o per niente, ad esempio tra i tanti ragazzi, immagino una scuola, presenti in sala, e regalare nuovi spunti a chi lo sa a memoria. Non trovo molto appassionante la ripetizione, che non sarà mai tale e quale l’originale, ma se qualcuno lo vuole replicare così com’è mi sta benissimo. Se qualcun altro poi lo vuole interpretare liberamente mi sta benissimo uguale. Stessa libertà di non vedere lo spettacolo, o di vederlo e massacrarlo, ma per quello che è.

Dove e quando l’ho visto: Bologna, Arena del Sole, 14 dicembre 2016

Dove e quando lo potete vedere: fino  a domenica 18 a Bologna, dal 20 dicembre al 4 gennaio al Teatro Argentina di Roma, 5-8 Metastasio di Prato, 10-22 Carignano di Torino

Qualche altra informazione: www.stabilemobile.it

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