Di tessuti aerei, cerchi, Bidon e altre Mirabilia

In questi giorni il Cirque Bidon è in giro per l’Emilia, e così leggendo delle sue tappe mi sono ricordata di essermi dimenticata di scriverne dopo averlo visto all’inizio di luglio in Piemonte, o meglio di scrivere del Festival Mirabilia che l’ospitava, e della famiglia albanese trapiantata in Piemonte che ospitava noi. Non l’ho dimenticato in realtà, è stato scavalcato da un susseguirsi di eventi; con il solito tempismo, è arrivato il suo momento.

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Mirabilia è un festival internazionale di circo e teatro che torna ogni anno al confine delle Langhe, nel cuneese.  Dura a lungo e io ne ho visto solo un pezzetto nel paese di Savigliano, che si raggiunge su infinite strade in una campagna piena d’industrie e di un’incredibile quantità di trattori. All’ingresso del paese c’è la fabbrica gigante di Alstom, che è quel colosso che si occupa d’infrastrutture ferroviarie un po’ ovunque dunque anche a Bologna. Costeggiando una sorta di canale di scolo e il muro col filo spinato della fabbrica raggiungiamo il nostro alloggio airbnb, una casa di campagna con le caprette che pascolano nel mezzo della strada tra un prato verde e il cemento dell’Alstom. Il giardino è fiorito, c’è un cane festoso e una madre di famiglia che subito ci fa intendere che questa casa non è un albergo (con estrema gentilezza, la verità), dunque io e la mia amica Maddalena rientriamo subito e compostamente nel ruolo di figlie.

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Dopo aver discusso con la vera figlia sul da farsi con il fidanzato poco liberale, informato dettagliatamente l’intera famiglia sui nostri progetti e assicurato che non saremmo tornate molto dopo la mezzanotte, raggiungiamo il paese con due biciclette rasoterra che ci regalano un adeguato aspetto circense. È un centro storico grazioso, curatissimo. Solo che del festival si percepisce poco: probabilmente non è il momento più intenso. In una piazza è parcheggiata la carovana del Bidon, che vedremo il giorno dopo. Entriamo in una sala per il primo spettacolo. A bruciapelo, senza aver ancora capito bene dove siamo: ed è uno spettacolo di circo-teatro di grande misura e poesia, con musiche da pelle d’oca, oltre a un uso fuori dal comune del tessuto aereo: qui si vola, il tessuto è un appiglio di passaggio. Si chiama Bloom, ed è lo spettacolo di debutto della giovane compagnia Makìa, legata alla scuola Circo Vertigo, con la consulenza artistica di Milo Scotton.

Un giardinetto di periferia, foglie d’autunno, una giostrina macilenta e una panchina. È una storia di vita e di relazioni, di crescita, con una bella scena in cui un personaggio cammina mentre gli oggetti che gli altri gli appioppano segnano il passare delle età, dal ciuccio fino ai soldi e al rifiuto di una condizione non voluta, poi finalmente libero in volo. Tessuti, cerchi, pertiche, intrecci di corpi. I movimenti  seguono l’andamento dell’animo dei protagonisti, o forse il contrario, nostalgia, tristezza, rabbia, affetto, rifiuto, passione s’incarnano nei loro corpi flessibili, il cerchio vortica impetuosamente, ed è uno sconvolgimento, e poi la quiete. C’è una seconda parte completamente diversa e staccata, che pare uno spettacolo a sé stante e che non era forse necessaria, ma è talmente accattivante – Drive-in anni 50, colori vivaci, spensieratezza – che alla fine pensi che sarebbe stato un peccato non vederla.

Bloom

Ecco questo per me, per quel pochissimo che ho intercettato in quei giorni, è il migliore esempio di circo-teatro, o nouveau cirque, che dir si voglia. Perché rispetto ad altro visto e intravisto, dietro a Bloom c’è un pensiero, una costruzione, energia, fatica (banalmente, una regia) oltre alla grande capacità tecnica, ma anche espressiva, dei performer. Perché, non me ne vogliano i numerosi bravissimi acrobati, sul tessuto ormai ci siamo saliti in tanti, vuoi perché va di moda ed è intrigante, vuoi perché dà soddisfazione dal momento che, sembra incredibile, qualcosa rimedi pure se hai una preparazione atletica tendente allo zero come nel mio caso: io poco e male, un tentativo, ma altri molto e bene, con allenamento e un minimo di grazia, e allora probabilmente è una reazione sbagliata, ma vedere a ripetizione le stesse cose che vedi in una palestra non basta. È ginnastica.

A questo punto non ho ancora detto nulla del Bidon perché in effetti mi trovo un po’ in difficoltà, non riuscendo a esprimere l’entusiasmo che ero certa avrei senz’altro espresso. Probabilmente sono arrivata troppo carica di aspettative (e questo non si deve mai fare ma si fa sempre). Il Cirque Bidon ha una storia straordinaria e un’aura magica e magnetica attorno a sé, e questo forse fa sì che il contenuto dello spettacolo fatichi a essere all’altezza di tutto ciò, l’ho detto. Questa carovana macina chilometri dal 1975 con lentezza in giro per l’Europa. I loro carri, con i gerani alle finestre, l’orchestrina, i cavalli, l’accento francese, e quel meraviglioso signore, Françoise Rauline, il signor Bidon, con gli occhi azzurri scintillanti e il barbone bianco. Voglio dire, se non li ami c’è qualcosa che non va. Lo spettacolo, Bulle de rêve, alterna numeri di clownerie e acrobatici a piccoli pezzi di teatro, ci sono i bellissimi cavalli che attraversano la pista guidati da un’amazzone, tre galline equilibriste sul filo, pagliacci imbranati, signore anziane che gridano da una finestra all’altra delle roulotte. L’atmosfera è sognante, piacevole, e il pubblico è entusiasta, tutti si sbellicano dalle risate. Quindi si vede che siamo noi delle noiose.

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Inoltre va anche detto che l’incontro con la carovana, da accompagnare magari per un tratto di strada, è parte fondante dello show, e noi l’abbiamo persa. E in ogni caso il Cirque Bidon va preso e considerato nell’insieme: la sua storia, le sue abitudini, i suoi personaggi sono già uno spettacolo. Quindi, andate a vederlo. E il festival Mirabilia, anche lui l’abbiamo incontrato un po’ di passaggio. Soprattutto ho perso almeno un paio di spettacoli, incluso quello che probabilmente è stato tra i più belli (La pli i donn dei Cirquons Flex) per guardare la partita, scelta veramente deprecabile considerando che non solo è andata male, ma non abbiamo neppure trovato un posto decente dove guardarla, e poi a me che me ne frega della partita? Era per non fare le asociali, ma alla fine con tutto l’impegno non siamo riuscite a tornare molto dopo la mezzanotte visto che a mezzanotte tutto è finito. Trattenendo un briciolo di campanilismo romagnolo sulla festosità diffusa, prometto di tornare.

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Dove e quando l’ho visto: Savigliano, 2 e 3 luglio 2016

Dove e quando lo potete vedere: Cirque Bidon: 24-27 agosto Reggio Emilia, 29-31 agosto Sant’Ilario D’Enza, 2-7 settembre Colorno, 9-11 settembre Zibello

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