Tra sabbia e asfalto, in viaggio con l’Uomo che cammina

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Stazione di Santarcangelo, giovedì 14 luglio, ore 17.30. Ci vengono consegnati due biglietti: uno di Trenitalia, Santarcangelo-Rimini, euro 1,30; l’altro, Prologo, Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia. Poi firmiamo una liberatoria in cui decliniamo ogni responsabilità per incidenti di vario genere. E saliamo in carrozza. Inizia L’uomo che cammina di DOM, diretto da Leonardo Delogu e Valerio Sirna, che non saprei se chiamare spettacolo, progetto, camminata, viaggio, esperienza, gita o cosa. Comunque, inizia così. Sappiamo che è un lavoro legato al territorio, alla scoperta di zone del vissuto quotidiano, e che seguiremo un uomo lungo il suo percorso silenzioso per quasi quattro ore. Come, dove, con quali eventuali mezzi di trasporto e di supporto, non si sa (tra l’altro anche il responsabile di spazio è incorruttibile, non si lascia sfuggire una parola).

Scesi alla stazione di Rimini ci sediamo davanti a una casa in un filotto di sedie apposta per noi che fanno sì che le persone che passano guardino noi come se fossimo l’oggetto da osservare, o dovessimo fare qualcosa (noi ridacchiamo). Invece è alle finestre davanti a noi spettatori che accade qualcosa: una donna lava i vetri, l’uomo che camminerà indossa la camicia. E qui interviene una passante sui generis che lo apostrofa e tenta d’importunarlo con una bottiglietta d’acqua, non si sa perché, tant’è che ci chiediamo se faccia parte della scena o meno. Ed è solo la prima volta. Infatti, da quel momento, ogni persona che si affaccia, ci guarda, cammina, sorride, ci ignora, fa il suo lavoro o si fa i fatti suoi lungo il nostro cammino, viene il dubbio se sia parte del paesaggio urbano o dello spettacolo.

Intanto l’uomo, che è Maurizio Lupinelli, cammina, cammina, e noi lo seguiamo a debita distanza, con rispetto. Attraversiamo le strade del centro storico di Rimini, deviamo verso San Giuliano Mare, percorriamo il sentiero che porta alla spiaggia. Quali colombe dal disio chiamate. Non ricordo ogni passaggio, ogni deviazione o apparizione: resta l’insieme, a tratti nitido, a tratti sfumato. E poi, durante il percorso, si chiacchiera, e talvolta mi scordo cosa sto facendo e mi sembra di essere in gita, appunto, una ventina di studenti che seguono il maestro senza sapere bene cosa voglia far loro vedere.

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Ogni tanto succede qualcosa: ci vola a fianco un ragazzo in bicicletta, sulla quale è caricata una cassa, fornendoci la colonna sonora (Ci vorrebbe un amico, poi, più avanti, passiamo al canto russo, o forse ucraino), una ragazza balla nell’acqua, poi la ritroviamo riversa sul bagnasciuga, la scorgiamo da lontano mentre cammina parallela a noi sopra un tubo. Quando incrociamo un corpo abbandonato nel torrente Ausa insieme a noi passano pure dei ciclisti che, preoccupati o perplessi, si fermano interrogandosi sul da farsi (caso vuole che in quegli stessi giorni fossero stati trovati due cadaveri nel fiume, quindi insomma).

Rassicurati gli sportivi proseguiamo. Il cammino inizia a farsi sentire: ma quanto tempo è passato? Ogni tanto mi guardo intorno e penso che questi posti sono più vicini tra loro di quanto ricordassi: li ho toccati, da un punto all’altro, solo in macchina, credo. E comunque di strada ne stiamo facendo. I dettagli colpiscono, c’è una luce diversa, sembra tutto più vivo. Osserviamo ogni elemento come lo si osserva in un Paese straniero in cui si mette piede per la prima volta. Entriamo nei cortili, da un bar arriva la colonna sonora di Amarcord, e poi da un altro, e poi dal sax che suona un signore alla finestra. Mi perdo. Mi ritrovo sotto casa di un amico dove ci siamo dati appuntamento mille volte per quindici anni, dei bambini ci corrono intorno, prendono per mano l’uomo che cammina, la musica ritorna. Orti, dune, mare, sabbia, asfalto, cantieri navali, erba, il parco, passaggi ostici tra gli arbusti, cavalcavia, benzinaiMa dove siamo? All’Obi, sulla Statale. Bene. Vorrà mica tornare a Santarcangelo a piedi da qui?- il fiume, finalmente.

Attraversiamo molto altro, succede molto altro – l’atmosfera cambia, la scena muta, poi c’è un incontro, e un ritorno – ma credo di avere già detto troppo. Ecco questo per me è stato lo spettacolo più bello del Festival, per la ricchezza, la bellezza, la varietà, la verità, la vastità, la tangibilità, come un viaggio di una settimana condensato in quattro ore, quei viaggi in cui magari scambi due parole con qualcuno che poi ti rimarrà in mente, che cambiano il modo di percepire alcune azioni, alcuni luoghi, quadri, passaggi, paesaggi normali, non necessariamente belli, sicuramente già visti, che d’ora in poi avranno un tinta diversa.

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Dove e quando l’ho visto: Santarcangelo, 14 luglio 2016

Qualche altra informazione: www.casadom.org

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