Realtà virtuale, verità e finzione: l’incredibile viaggio nel Cubo dei Circa69

L’Oculus Rift è uno schermo che s’indossa, come una maschera, per entrare in una realtà virtuale. L’ho provato per la prima volta al Tpo di Bologna durante il Festival PerAspera, rassegna di arti performative contemporanee che quest’anno ha voluto escludere il teatro in senso stretto, teatro fatto di parola, azioni, drammaturgia, scegliendo altri linguaggi, che si potrà discutere se abbiano a che fare o meno con quello che chiamiamo di solito teatro. Sicuramente raccontano e trasmettono qualcosa, e interrogano, e stupiscono. Molto. Come i lavori di Simon Wilkinson, alias Circa69, artista britannico transmediale, che opera cioè mescolando audio, video, musica elettronica, tecnologia, ma pure parola, testo, immagine. Lui la descrive come la pratica di raccontare storie attraverso piattaforme multiple, di modo che, per esempio, anziché creare un sito che parli della pièce teatrale, il sito sia incorporato nella struttura stessa della narrazione. Ecco, dopo aver seguito una sua performance in tutto il suo percorso si capisce il senso di questa frase.

A Bologna, Circa69 ha portato in prima nazionale due lavori nati dall’evoluzione dello stesso progetto (Beyond the Bright Black Edge of Nowhere) e legati allo stesso tema: The Cube e How can I ease your mind without lying. In entrambi i casi lo spettacolo è per un solo spettatore alla volta. Aspettando il mio turno per The Cube, leggo i commenti lasciati dal pubblico sul quaderno dell’autore:

Sorprendente, meraviglioso, illuminante, intenso, nuovo.

So che le mie reazioni sono state ridicole, ma avevo la mano sulla mia bocca come punto di riferimento. Di solito non mi spavento facilmente, ma ero terrorizzata.

Non avrò più bisogno di prendere droghe, vi amo.

Promettente. Quando è il momento entro nella stanza e mi siedo a un tavolo. Seduto di fronte a me c’è lui, Simon, che dice solo Ciao, piacere, dandomi la mano. Sul tavolo, una foto sbiadita. Una ragazza mi dà qualche spiegazione: quello nella foto è suo nonno; quando Simon aveva 13 anni, il nonno gli lesse una copia del magazine Mysteries of the World, nel quale era riportata l’inquietante vicenda di una sparizione di massa avvenuta nel 1959 nello Stato americano dell’Idaho: otto studenti di un college svaniscono nel nulla; la polizia ritrova più avanti solo otto lettere dentro a un cubo di legno nel mezzo del deserto, nelle quali i ragazzi descrivono un viaggio oltre il confine del nulla. Durante la performance bisogna seguire poche regole: ci si può voltare, si può reagire in qualunque modo, basta restare seduti. La ragazza mi aiuta a indossare l’Oculus, e il viaggio inizia. Sono dentro al cubo, sono io uno dei dispersi.

Mi trovo in un deserto rosa e giallo. Le dune, un autobus in fiamme in lontananza. Sento il vento. Davanti a me c’è una figura con una televisione al posto della testa nella quale passano squarci di notiziari dell’epoca sulla misteriosa sparizione. Vedo le lettere davanti a me. Una bottiglia si materializza, una voce mi dice di prenderla ma io non mi muovo: non so come mi devo comportare. Per abitudine, guardo dritto davanti a me. Ci metto un po’ a realizzare che invece mi devo guardare intorno, sopra e sotto, a destra e a sinistra: il panorama si estende a 360 gradi. Una voce racconta una storia ma non riesco a seguire bene la narrazione: sono completamente assorbita dalla realtà in cui sono finita. Precipito veloce. Sono nello spazio. Buio, costellazioni, pianeti. A un certo punto guardo in basso: la Terra, laggiù, sotto ai miei piedi. Bellissima.

the-cube

 

Dopo 15 minuti la ragazza mi toglie l’Oculus. Il ritorno all’altra realtà (quella vera?) è d’impatto. Un’altra dimensione. Sul tavolo c’è una lettera. La prendo e la porto via. Parlo a tutti di questa esperienza entusiasmante, dell’Oculus, della realtà virtuale, del cubo e degli otto ragazzi svaniti nel nulla: gli amici appassionati di casi misteriosi iniziano a fare ricerche su Google ma non trovano nulla. Leggo la lettera solo il giorno dopo. È firmata Stevie, uno dei ragazzi scomparsi. Carò Papà, adesso non importa come tutto ciò sia iniziato, e so che ascolterai anche quello che gli altri avranno da dire, per questo ti risparmio i dettagli. Inizio a mettere insieme i pezzi, ricordo frammenti del racconto che ho ascoltato durante il viaggio: il cubo, la bottiglia d’acqua ghiacciata, il sogno. Un mondo può essere irreale pur sembrando reale? Forse scegliamo di rendere concretamente reale quello che ci conviene. Forse i mostri sono ciò che tenta di legarci ad una sola idea. Non posso prometterti che la verità ti piacerà, come potrei? L’onestà e la verità sono assolutamente incompatibili, penso tu lo sappia.

Sulla busta è stampato un indirizzo web: burleyhistoricalsociety.com. Digito. Di sito in sito inizia un altro viaggio. Scopro di più sulla storia nella quale sono stata immersa per quei pazzeschi 15 minuti, cogliendone solo alcuni aspetti: gli otto studenti, i migliori del Magic Valley Liberal Arts College, si allontanano insieme al professore di scienze George Albert Frederickson per una sorta di esperimento che ha a che fare con la realtà. Attraversano il deserto e raggiungono il cubo dove accadono eventi difficilmente descrivibili, tendenti al paranormale, ricostruiti attraverso le lettere recuperate, oggi conservate nell’archivio della Burley Historical Society. Tutte tranne una, la nona, scritta dal professore, ancora oggi in mano a un collezionista privato.

Mysteries of the World Magazine Cover - November 1982

La storia è oltremodo intrigante, passo ore a studiarne i dettagli cercando di arrivare a un dunque, scandagliando il web alla ricerca di qualche riscontro che possa considerare certo, o perlomeno attendibile. Ci sono in gioco universi paralleli, rapimenti alieni, finzione e verità, virtuale e reale, credenze e credibilità delle fonti, delle informazioni a cui attingiamo, vita e morte, i limiti della nostra mente, i confini del nostro mondo, che forse altro non è che un cubo: l’arte dell’inganno consiste nel far apparire il palco così vasto che i confini restano fuori dalla nostra vista. E allora, che cos’è la realtà? E ammesso che abbia un senso parlare di verità: questa storia, insomma, è vera?

E poi mi chiederai se è vero, che è la domanda sbagliata. So che sembra che io non sappia di cosa si stia parlando. Non so se voglio sapere di cosa sto parlando. Vorrei smettere di parlare ma non posso. Il mio amico Manfred era autistico e ha smesso di parlare, ricordi? Forse aveva capito? Non lo so. Forse lo sa Gesù… o Elvis…

circa-69

Dove e quando l’ho visto: Bologna, Tpo – Teatro Polivalente Occupato, 16 giugno 2016

Dove e quando lo potete vedere: al Tpo fino a domenica 19 giugno

Qualche altra informazione: www.circa69.co.uk, Simon Wilkinson, www.perasperafestival.org

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...