Come un pianista tra le macerie. La canzone di Benjamin Verdonck.

Una volta Friedrich Nietzsche, uscendo dalla sua casa torinese di via Carlo Alberto 6, vide un cocchiere frustare a sangue il suo cavallo. Sconvolto e furibondo, abbracciò piangendo l’animale. E diventò pazzo. Questa storia è molto famosa. Però non è vera. Gli inuit hanno un numero spropositato di parole per dire neve, qualcosa come cento, o magari di più, in modo da poter definire la neve soffice, la neve sofficissima, la neve per costruire un igloo e così via, dal momento che attorno a loro non c’è altro che neve. Tuttavia anche questa storia non è vera. Pazienza.

Benjamin Verdonck se ne sta lì in piedi con un’espressione vagamente beffarda, quello sguardo azzurro ghiaccio, davanti a una misteriosa struttura rettangolare di cui ancora ignoriamo natura e funzione, a raccontare delle storie che non sono vere. In mano tiene il modellino di una bella casa, che parrebbe proprio la casa di Nietzsche, viene da pensare, ma invece è la riproduzione di un altro modellino che Benjamin stesso vide un giorno in una foto, e al quale riuscì a risalire dopo un complesso lavoro di ricerca che non saprei ripetere, ma in cui c’entravano Google Street View e un’immagine riflessa in una vetrina. Non importa.

liedje voor gigi, benjamin verdonck

Song for Gigi inizia così. Non è immediatamente chiaro come, ma d’altronde stiamo ascoltando una canzone, no? C’è la musica, naturalmente, una bellissima composizione eseguita dal vivo da due chitarristi che sembrano provenire da due continenti diversi (ma invece no), uno col cappellino con la visiera, un altro che in verità non suona proprio una chitarra, bensì uno strumento a corde direi orientale (vestito, giustamente, all’orientale).

E c’è quella strana struttura, soprattutto, fatta di scatole che contengono altre scatole, di pannelli e di ripiani, che l’artista di Anversa inizia un poco alla volta a muovere, manovrando delicatamente delle corde che aprono una porta svelandone un’altra, e poi un’altra ancora. È un piccolo teatro magico, issato su due alte gambe, che ha costruito lui (“Perché volevo qualcosa che fosse facile da trasportare”, chiarisce). Lo sguardo s’insinua al suo interno, la prospettiva si fa sempre più profonda, si perde tra riquadri concentrici, spalti, colonne, scalinate. E poi nevica. E poi brillano le stelle.

liedje voor gigi, benjamin verdonck

Mentre il quadro si compone e si scompone, ascoltiamo piccoli racconti, barzellette e aneddoti di pinguini e biblioteche, dietro i quali trapela una realtà confusa, un mondo che non è facile decifrare. Benjamin mi spiegherà che tutto è partito da una conversazione con la sua figlia più piccola: come si fa a dire a un bambino cos’è giusto e cos’è sbagliato, cos’è vero e cosa non lo è? “Erano i giorni degli attentati in Occidente. Dei bombardamenti in Siria. E c’era quel pianista che continuava a suonare tra le macerie. Forse si può capire di più attraverso una melodia, che con le parole. Lasciando intravedere la realtà mentre si parla di tutt’altro. Così ho scritto una canzone”. Alla fine quella canzone Benjamin la canta, con due piatti in mano che sembra sempre sul punto di sbattere e invece no (ma poi lo fa quando meno te l’aspetti, e sobbalzi comunque).

Ci si trova così a vagare tra quelle stanze, cullati, accompagnati, divertiti, sorridenti, dispersi, e per l’occasione anche abbastanza storditi dal microclima subtropicale che regna all’interno del Cinema Italia di Polverigi, al quale parte del pubblico tenta con scarsi risultati di opporsi sventolandosi blandamente col programma, per poi abbandonarvisi, amplificando così uno stato percettivo visionario, appena alterato, che non è poi male: agli adulti non capita spesso di fidarsi dell’immaginazione; non è facile vedere il mondo con lo sguardo dei bambini senza abbandonare il contatto con la realtà, senza perdere in profondità. Song for Gigi ci riesce.

Dove e quando l’ho visto: Polverigi (AN), Arena del Sole, 21 giugno 2018

Qualche altra informazione: benjamin-verdonck.be, inteatro.it

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Il cielo non è un fondale: piccoli (e grandi) tentativi di rapporti umani

Che cosa pensi dell’uomo fuori, solo, sotto la pioggia, quando sei dentro casa? Io niente, di norma, devo dire. Immagino che questa sia la risposta onesta un po’ di tutti, o no? È il caso di porla, la domanda? Daria Deflorian lo fa, e la lascia lì, aperta, affiancandole una serie di quadri, di spunti d’incontri e relazioni potenziali ma di fatto impossibili da realizzare, dal momento che il vetro che divide gli esseri umani puoi, sì, romperlo, con fatica, magari risultando anche inopportuno, ma alla fine più in là di un certo punto non ci arrivi. Per cui tanto vale restare a casa attaccati a un meraviglioso termosifone, forse.

2016-17 Daria Deflorian/Antonio Tagliarini Théâtre Vidy Lausanne "Il Cielo non e un Fondale" Texte et mese en scène de Daria Deflorian et Antonio Tagliarini

Il cielo non è un fondale è uno spettacolo perfetto, candidato, infatti, in cinque categorie ai Premi Ubu 2017, creato dall’attrice Daria Deflorian e dal coreografo Antonio Tagliarini, in scena a interpretare loro stessi, con i loro veri nomi, insieme al giovane Francesco Alberici e a Monica Demuru, che recita e canta con una bellissima voce alcune canzoni italiane, tra le quali, a più riprese, La Domenica di Giovanni Truppi, che non è un accompagnamento, bensì il gomitolo di strofe barcollanti e vere da cui si srotola questa (non) storia. Canzone che, tra l’altro, ha anche un bellissimo video fatto di spaccati di vita urbana. Io la conoscevo e l’ho ritrovata sparsa sul palco, trasformata in parte del testo dello spettacolo.

Tutto inizia da un sogno fatto da Antonio, nel quale lui cammina solo e un poco abbacchiato sotto la pioggia, vede una donna che rovista a terra, una barbona, scorge il suo volto, ed è Daria! Lui, però, non si ferma. Tira dritto. Non sa perché, però fa così. Daria, fuori dal sogno, non se la prende, però rimane colpita, “perché io mi ci vedo proprio, a fare quella fine lì – dice – a rovistare tra le cose”. Lei poi, più avanti, a una donna sola con un carrello della spesa con le sue poche cose, in un parco, prima di uno serata a teatro, lei vestita tutta elegante, rivolgerà la parola, racconta. Però non è che questo dialogo sarà particolarmente fruttuoso. Le lascia dieci euro e la donna è contentissima. “Pensa se gliene davo cinquanta”.

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Poi c’è Francesco che pensa di avere una sorta di rapporto con un venditore di rose, perché gli chiede come stai, e lui risponde con una non risposta e un atteggiamento quasi di leggero fastidio, ostentando distacco, e allora Francesco cosa se ne fa di questa reazione? Niente. C’è la cassiera del supermercato che concede a Daria un minuto in più dopo la chiusura, perché lei si perde tra le corsie, non sa bene cosa prendere, indugia, ed è già tanto che sia arrivata fin lì, a fare la spesa, staccandosi dal suo termosifone, unico elemento stabile e confortante di una casa umida, dove gli angoli del tappeto Ikea insistono a sollevarsi nonostante le pile di libri disposte sopra per tenerli giù.

Sì perché alla fine come si fa a entrare veramente in relazione con gli altri, soffocati come siamo da questo “io obeso”, definizione impeccabile, da questo raccontarci ossessivo, da questo parlarci addosso costante e opprimente, che non si capisce a cosa serva visto che più parliamo e meno sappiamo? Come si fa a sapere davvero del resto del mondo? Parlano, gli attori in scena, raccontano come potrebbero raccontare a tavola, a una cena tra amici, al bar, parlano, non recitano, o meglio recitano con un linguaggio parlato, diretto, molto vero, e tentano sempre l’azione, il gesto. Ogni tanto, chiedono agli spettatori di chiudere gli occhi. Daria Deflorian è bravissima, e le scene, nelle quali è molto facile riconoscersi, scorrono fluide. Il cielo non è un fondale è uno spettacolo che racconta fatti semplici che si portano appresso, ma senza peso, questioni enormi, ed è uno spettacolo veramente divertente, e dopo anche lievemente sconfortante, perché resta lì, e torna. Ma è giusto così. Perché sono cose brutte da dire, ma sono cose vere. Magari se lo vediamo tutti dopo ci parliamo meglio, non si sa mai.

E a questo punto che cosa cambia se io divento tifoso a tempo pieno di una squadra di calcio, missionario, astronauta, organizzatore di gite per i vecchi a Lourdes? Tanto tutto può andare bene, e di tutto posso fare a meno.

E tu ti dai tanto da fare, ma fai sempre, sempre, sempre, sempre, sempre lo stesso errore.

Dove e quando l’ho visto: Bologna, Arena del Sole, 22 novembre 2017

Qualche altra informazione: www.defloriantagliarini.eu

L’importanza della parola. L’esecuzione di Vittorio Franceschi

Hanno la stessa età / la morte e la luce

Mentre guardavo quest’uomo legato a una sedia, sanguinante, le mani mozzate e gli occhi bendati, sofferente ma non dominato dal dolore, afflitto eppure lieve, che dissertava, filosofeggiava sul senso della vita tirando fuori ricordi e domande, lo seguivo e ogni tanto mi perdevo, prendendo direzioni diverse a partire dal filo del suo discorso, o forse solo da qualche parola. L’esecuzione di Vittorio Franceschi mi ha fatto pensare a molte cose. Come mi aveva spiegato lui stesso prima del debutto, ogni singola parola ha un peso e un significato. E’ uno spettacolo in poesia. Una guerra senza poeti è una guerra sprecata. E un poeta senza guerre è un poeta inespresso. D’altronde Franceschi è attore, regista, drammaturgo e poeta.

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Ph Luca Bolognese

C’è, di base, una grande sapienza nell’uso del linguaggio, e nell’interpretazione naturalmente. Insieme a un lungo studio. Visto questo lavoro, non mi sento di mettere in discussione la sua strenua difesa dell’importanza della formazione artigianale dell’attore. L’ho sentito rimarcare più di una volta questo assunto: non si può fare teatro se non si studia, non sono attori quelli che recitano col microfono (a lui sicuro non serve). L’attore bolognese disse di essere e voler essere anticamente moderno. L’accento sul passato e sull’antico mi aveva quasi intimorita, ammetto, ma non mi pare sia l’elemento caratterizzante (in positivo), o magari lo è, e allora sono antica anch’io nell’interesse a scavare.

Il testo, per nulla tenero, vive momenti di alleggerimento di tono ed è dotato di un grande equilibrio, non facile da mantenere, considerando inoltre che il protagonista sta fermo nella stessa posizione per l’intera durata, su per giù un’ora e mezzo, legato a una sedia, senza potersi muovere, senza vedere. Sta lì perché è condannato a morte: il giorno seguente verrà fucilato da un esercito di bambini. Al suo fianco c’è Laura Curino nel ruolo di una donna all’apparenza un po’ brusca, ma loquace: la guardiana, una sorta di assistente dei detenuti, un supporto psicologico che lo accompagna forse per compassione, forse perché si lascia coinvolgere in questo viaggio nel passato e nell’umano. Anche lei racconta, ha un vissuto pieno di dolore. Si scambiano battute. A lui fanno paura gli abissi, a lei la torta di mele: ci vuole niente a bruciacchiarla.

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Ph Luca Bolognese

Lui, che non ha nome né appartenenza, è un disertore. Ripercorre la sua esperienza di soldato in guerra, quando camminava sulle ossa sbriciolate, passa per l’inferno di un incendio al quale assistette da ragazzo, prosegue per un tormentante percorso all’interno delle sue stesse viscere, dalla gola alle budella, alla ricerca di un’anima che non c’è, perché la parte più nobile dell’uomo, confessa, è l’intestino, che perlomeno sta lì e fa il suo lavoro in silenzio, senza presumere troppo di sé stesso. Per il resto, dentro ci sono un sacco di cose schifose, noccioli di ciliegia e rimasugli. Poco di buono, nonostante sia una persona come un’altra, non particolarmente virtuosa, né malvagia. O probabilmente proprio per questo.

Questo spettacolo mi ha fatto in qualche modo sentire sollevata. Un testo sì angosciante, in un certo senso finale, definitivo, che mi ha contemporaneamente trasmesso come un sentore di consapevolezza, o accettazione, e leggerezza. E’ un’angoscia che solleva perché l’uomo soffre, va incontro alla morte e ha paura, però qualcosa si appiana, e anche se niente di quello che dice è confortante, la sua parola conforta.

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Ph Luca Bolognese

Una parola può bastare bisogna cercare tra le bucce e i torsoli tra le palpebre dei ciechi sotto i cuscini dei vecchi tra le pagine dei libri mai aperti tra le note mai suonate degli spartiti dimenticati nei portagioie vuoti nei buchi delle calze nel geranio morto di sete nella fetta di pane secco cercate nel pugnale dell’assassino nel dolore dei respinti nella solitudine dei moribondi nel volo muto del suicida dev’esserci date un’occhiata mettete un cartello Cerco parola.

Dove e quando l’ho visto: Modena, Teatro delle Passioni, 8 novembre 2017

Qualche altra informazione: www.vittoriofranceschi.com

La parola lirica e solenne. I Giuramenti del Teatro Valdoca

Portiamo nella voce, nel pensiero, questo dono, il più prezioso forse. Di certo il più pericoloso: la parola. La logorata o viva. Cara nostra parola.

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Ph Ana Shametaj

Fuori dal Teatro Bonci di Cesena, venerdì, c’era una fila lunghissima, su tutta la piazza, per la terza e ultima replica di Giuramenti, il nuovo spettacolo del Teatro Valdoca, che ha debuttato mercoledì 12 aprile. Un appuntamento molto sentito. Ho letto che il Valdoca produce una grande opera teatrale ogni cinque anni, prendendosi il tempo necessario alla ricerca e all’elaborazione. Tre mesi intensivi nei boschi di Mondaino, attorno all’Arboreto, Teatro Dimora, hanno concluso questo lungo periodo di attesa. Dodici ragazzi hanno convissuto, provato e improvvisato, lasciandosi guidare dagli spunti testuali di Mariangela Gualtieri e dalle indicazioni di Cesare Ronconi. Mi è subito piaciuto molto questo carattere boschivo, di rovi, sentieri, terra, ruscelli, salite e discese, e mi è subito piaciuta molto questa parola: giuramenti. Non si usa quasi mai.

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L’Arboreto – Teatro Dimora, Mondaino (RN)

Le sedie della platea erano coperte da un grande telo bianco sul quale scorreva, proiettata, l’acqua. Al lato opposto rispetto al palco c’era una scultura con quattro zampe, come un altare, o un feretro. Quindi si potevano occupare solo i palchi. Escono i ragazzi, sono bianchi, sono giovani e morti. Glielo diciamo? Cosa? Che abbiamo più di cent’anni. Che sappiamo volare. È un Coro. Il Coro è l’elemento attorno a cui l’intero spettacolo prende forma, quasi un’opera lirica, parlata e cantata, all’unisono e a una voce sola. Tutti insieme, o a piccoli gruppi, i giovani attori occupano lo spazio dell’intero teatro. Camminano, corrono in cerchio a passo di danza, sempre più forte, compongono schiere, cantano. Una ragazza avanza, e pronuncia il suo monologo. Parlami che io ascolto. Parlami che mi metto seduta. E ascolto. Metto una mano sull’altra. Parlami e ascolto. Un ragazzo traina un carro. Che cos’è, io chiedo, questo sentire. Perché, all’improvviso, per un pugno di intense parole, o per un risuonare di note, o per una faccia, quella faccia, o anche se guardo da solo il mare.

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Ph Maurizio Bertoni

Non c’è una trama. Non c’è uno schema. C’è il ritmo. Non accade nulla, e accade tutto, tutta l’energia vitale, tutte le domande, le richieste, i desideri, la voglia, le paure, le incertezze, viene tutto fuori, con una parola bella, importante, corposa, violenta. C’è un tempo preciso, qui e ora, i vent’anni dei protagonisti, e un tempo antico, eterno. Il testo di Mariangela Gualtieri è bellissimo, si agita nelle voci dei ragazzi. Viene voglia di rileggerlo, d’impararlo a memoria, di recitarlo. Sono parole di amore, di vita, di gioventù, di sfrontatezza, di fede, giuramenti all’amicizia, alla comunità, al contatto, alla vita, affermazioni di principi, di sé, invocazioni, rituali.

Questo chiedo: avere in me il seme della tempesta. Spazzare via la calma apparente della generazione mia. Destare la rivolta. Spaccare voglio questa convinzione di concretezza, la dittatura dell’apparenza, della misura, della materia dominante. Affiora tutta la vicinanza di quei mesi passati insieme, gli odori, i suoni, l’avventura saltano fuori selvatici, c’è la sensazione di qualcosa di primitivo, primordiale, visceralmente umano, forse dimenticato. L’uomo chiede, la quercia, il mare rispondo, la natura ha la chiave. Baci, coraggio, disperazione, immensità, animali, piante, erba, dentro e attorno a sé. È una grande opera collettiva, l’espressione di una grande forza. E il Coro – finestra spalancata sul mondo, ferocemente – chiude con un saluto finale, che contiene dentro tutto, l’individuale, il pubblico, l’attualità, il presente.

Dove e quando l’ho visto: Cesena, Teatro Bonci, 14 aprile 2017

Qualche altra informazione: www.teatrovaldoca.org

Il Natale in casa Cupiello di Latella, in parole semplici

A questo spettacolo sono arrivata con un mucchio d’informazioni stipate in testa, letture di recensioni di stampo opposto, l’intervista col regista, il ricordo di un precedente spettacolo che non mi era piaciuto e pure una e-mail a sorpresa in cui qualcuno proponeva d’interdire e far arrestare Latella, insieme ad altri suggerimenti che non riporto per delicatezza. Pur non concordando con questi pareri, mi ero comunque immaginata che, nel caso avessi poi scritto qualcosa, avrei usato aggettivi quali concettuale, pretenzioso, incomprensibile, ricercato, presuntuoso, autoreferenziale. Invece non me ne serve nessuno.

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Ph Brunella Giolivo

Natale in casa Cupiello è una delle commedie più famose e amate di Eduardo De Filippo. La trama, a grandi linee, è questa: interno napoletano; Luca Cupiello è ossessionato dal presepe, ogni anno lo allestisce con cura maniacale ma suo figlio Tommasino detto Ninello non gli dà mai una soddisfazione, Te piace ’o presepe? No, e pure sua moglie Concetta ne ha le scatole piene. La figlia Ninuccia è sposata con Nicola ma ha un amante, Vittorio, e alla vigilia di Natale si scatena un putiferio perché, a causa di una serie d’incastri, viene tutto a galla. Per Luca è un collasso, morale e fisico: quella famiglia in cui credeva, costruita e alimentata con tanta cura, era un’illusione, una grande menzogna.

Questo Natale in casa Cupiello di Antonio Latella da una parte ha scatenato le ire di alcuni spettatori, nello specifico dei cultori di De Filippo, inorriditi dallo stravolgimento dell’allestimento, dall’altra ha conquistato una profusione di elogi dalla critica (Latella, pluripremiato, è considerato tra i migliori registi contemporanei). La prima parte non mi preoccupava, non soffro per gli stravolgimenti, se hanno un senso. La seconda, invece, mi ha fatto temere di trovarmi di fronte a qualcosa di cui non avrei capito niente, un accumulo di simbolismi e richiami letterari che io solitamente o non riconosco, perché non sono abbastanza preparata, o se li riconosco non so cosa farmene.

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Ph Brunella Giolivo

Premesso che ci sono, lo spettacolo non vive però di quelli. È un lavoro corposo e dettagliato sul testo originale (integro e intero), che lo esalta, con una messa in scena in tre atti imponente. Gli attori recitano in napoletano e in italiano testo e didascalie, precisando dunque cosa stanno per dire o fare e in che modo (entrando da sinistra, risponde infuriato), citando pure gli accenti (acuto, grave, circonflesso) con conseguente slancio o inarcamento del corpo, che si potrà obiettare che non vuol dire niente, ma cadenza e colpisce. All’inizio schierati in fila, bendati. Un coro che scandisce, ritma, canta. Chi parla si toglie la mascherina. Al centro un nervoso Lucariello (Francesco Manetti), la solida Concetta (Monica Piseddu), Nennillo, Ninuccia, Nicolino, Pasqualino e gli altri. Sulla loro testa una stella cometa splendida, gigantesca e minacciosa.

Secondo atto: il pranzo. Concetta che traina un carretto, tutto il peso, tutta la fatica sulle sue spalle, un delirio di animali di pezza lanciati dalle braccia di un personaggio all’altro con ciuffi di pelo che rotolano qua e là, il bacio tra Ninuccia l’amante, la comparsa di Nicolino, il marito, Ninuccia scaraventata da un uomo all’altro, lo sconforto profondo di Concetta, Luca indaffarato col presepe, poi la scoperta, e il malore. Scena nuda, nera, musica alta, incalzante, movimenti rapidi, concitati. E la voce registrata di Eduardo, Mo miettete a fa ò presepio n’ata vota… ricominciamo da capo tutto, che ritorna, e si ripete, e fa alzare la testa verso l’alto con riguardo, forse un po’ di soggezione, ai personaggi in scena, ed emoziona, e sicuramente fa venire nostalgia a tanti in sala.

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Ph Brunella Giolivo

Rabbia, a pochi. Ad esempio a un signore seduto un paio di file dietro di me che ha commentato a voce alta l’intero spettacolo, anticipando le battute, illustrando ciò che era chiaro a tutti quindi sicuramente anche alla donna al suo fianco alla quale si rivolgeva, quanta pazienza, intercalando con dei ma guarda quello, ci mancava solo questa, e continuando imperterrito nonostante le gentili ma ripetute richieste di silenzio dei vicini. Siccome è stato un caso isolato (per quel che ho percepito dalla mia postazione), lasciamolo stare lì, come tale. Quattro o cinque persone se ne sono andate, ma per il resto una buona accoglienza.

Il terzo atto è cantato, litanie funeree. Le donne dalle larghe gonne in nero, Luca  bambinello in fin di vita nella mangiatoia, due peluche a vegliarlo negli ultimi respiri. Io non mi sento troppo affine al lavoro di Latella, ma in conclusione, di questo spettacolo, mi hanno colpito i quadri, le composizioni umane, il copione srotolato, studiato. E poi si capisce. Mentre mi rimane sinceramente oscuro il motivo di un accanimento a prescindere contro un’interpretazione. In generale. C’è un divieto legale, morale, etico, letterario, culturale, o cosa? Il testo è quello. Minuzioso. La storia è quella, i personaggi sono quelli. Chiaramente la mano e la testa del regista ci sono e si vedono, in modo imperativo. Ma questo si sapeva, e non mi risulta sia proibito.

La mia impressione è che una simile operazione su De Filippo non possa che stimolare curiosità e interesse in chi lo conosce poco o per niente, ad esempio tra i tanti ragazzi, immagino una scuola, presenti in sala, e regalare nuovi spunti a chi lo sa a memoria. Non trovo molto appassionante la ripetizione, che non sarà mai tale e quale l’originale, ma se qualcuno lo vuole replicare così com’è mi sta benissimo. Se qualcun altro poi lo vuole interpretare liberamente mi sta benissimo uguale. Stessa libertà di non vedere lo spettacolo, o di vederlo e massacrarlo, ma per quello che è.

Dove e quando l’ho visto: Bologna, Arena del Sole, 14 dicembre 2016

Dove e quando lo potete vedere: fino  a domenica 18 a Bologna, dal 20 dicembre al 4 gennaio al Teatro Argentina di Roma, 5-8 Metastasio di Prato, 10-22 Carignano di Torino

Qualche altra informazione: www.stabilemobile.it

Di tessuti aerei, cerchi, Bidon e altre Mirabilia

In questi giorni il Cirque Bidon è in giro per l’Emilia, e così leggendo delle sue tappe mi sono ricordata di essermi dimenticata di scriverne dopo averlo visto all’inizio di luglio in Piemonte, o meglio di scrivere del Festival Mirabilia che l’ospitava, e della famiglia albanese trapiantata in Piemonte che ospitava noi. Non l’ho dimenticato in realtà, è stato scavalcato da un susseguirsi di eventi; con il solito tempismo, è arrivato il suo momento.

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Mirabilia è un festival internazionale di circo e teatro che torna ogni anno al confine delle Langhe, nel cuneese.  Dura a lungo e io ne ho visto solo un pezzetto nel paese di Savigliano, che si raggiunge su infinite strade in una campagna piena d’industrie e di un’incredibile quantità di trattori. All’ingresso del paese c’è la fabbrica gigante di Alstom, che è quel colosso che si occupa d’infrastrutture ferroviarie un po’ ovunque dunque anche a Bologna. Costeggiando una sorta di canale di scolo e il muro col filo spinato della fabbrica raggiungiamo il nostro alloggio airbnb, una casa di campagna con le caprette che pascolano nel mezzo della strada tra un prato verde e il cemento dell’Alstom. Il giardino è fiorito, c’è un cane festoso e una madre di famiglia che subito ci fa intendere che questa casa non è un albergo (con estrema gentilezza, la verità), dunque io e la mia amica Maddalena rientriamo subito e compostamente nel ruolo di figlie.

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Dopo aver discusso con la vera figlia sul da farsi con il fidanzato poco liberale, informato dettagliatamente l’intera famiglia sui nostri progetti e assicurato che non saremmo tornate molto dopo la mezzanotte, raggiungiamo il paese con due biciclette rasoterra che ci regalano un adeguato aspetto circense. È un centro storico grazioso, curatissimo. Solo che del festival si percepisce poco: probabilmente non è il momento più intenso. In una piazza è parcheggiata la carovana del Bidon, che vedremo il giorno dopo. Entriamo in una sala per il primo spettacolo. A bruciapelo, senza aver ancora capito bene dove siamo: ed è uno spettacolo di circo-teatro di grande misura e poesia, con musiche da pelle d’oca, oltre a un uso fuori dal comune del tessuto aereo: qui si vola, il tessuto è un appiglio di passaggio. Si chiama Bloom, ed è lo spettacolo di debutto della giovane compagnia Makìa, legata alla scuola Circo Vertigo, con la consulenza artistica di Milo Scotton.

Un giardinetto di periferia, foglie d’autunno, una giostrina macilenta e una panchina. È una storia di vita e di relazioni, di crescita, con una bella scena in cui un personaggio cammina mentre gli oggetti che gli altri gli appioppano segnano il passare delle età, dal ciuccio fino ai soldi e al rifiuto di una condizione non voluta, poi finalmente libero in volo. Tessuti, cerchi, pertiche, intrecci di corpi. I movimenti  seguono l’andamento dell’animo dei protagonisti, o forse il contrario, nostalgia, tristezza, rabbia, affetto, rifiuto, passione s’incarnano nei loro corpi flessibili, il cerchio vortica impetuosamente, ed è uno sconvolgimento, e poi la quiete. C’è una seconda parte completamente diversa e staccata, che pare uno spettacolo a sé stante e che non era forse necessaria, ma è talmente accattivante – Drive-in anni 50, colori vivaci, spensieratezza – che alla fine pensi che sarebbe stato un peccato non vederla.

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Ecco questo per me, per quel pochissimo che ho intercettato in quei giorni, è il migliore esempio di circo-teatro, o nouveau cirque, che dir si voglia. Perché rispetto ad altro visto e intravisto, dietro a Bloom c’è un pensiero, una costruzione, energia, fatica (banalmente, una regia) oltre alla grande capacità tecnica, ma anche espressiva, dei performer. Perché, non me ne vogliano i numerosi bravissimi acrobati, sul tessuto ormai ci siamo saliti in tanti, vuoi perché va di moda ed è intrigante, vuoi perché dà soddisfazione dal momento che, sembra incredibile, qualcosa rimedi pure se hai una preparazione atletica tendente allo zero come nel mio caso: io poco e male, un tentativo, ma altri molto e bene, con allenamento e un minimo di grazia, e allora probabilmente è una reazione sbagliata, ma vedere a ripetizione le stesse cose che vedi in una palestra non basta. È ginnastica.

A questo punto non ho ancora detto nulla del Bidon perché in effetti mi trovo un po’ in difficoltà, non riuscendo a esprimere l’entusiasmo che ero certa avrei senz’altro espresso. Probabilmente sono arrivata troppo carica di aspettative (e questo non si deve mai fare ma si fa sempre). Il Cirque Bidon ha una storia straordinaria e un’aura magica e magnetica attorno a sé, e questo forse fa sì che il contenuto dello spettacolo fatichi a essere all’altezza di tutto ciò, l’ho detto. Questa carovana macina chilometri dal 1975 con lentezza in giro per l’Europa. I loro carri, con i gerani alle finestre, l’orchestrina, i cavalli, l’accento francese, e quel meraviglioso signore, Françoise Rauline, il signor Bidon, con gli occhi azzurri scintillanti e il barbone bianco. Voglio dire, se non li ami c’è qualcosa che non va. Lo spettacolo, Bulle de rêve, alterna numeri di clownerie e acrobatici a piccoli pezzi di teatro, ci sono i bellissimi cavalli che attraversano la pista guidati da un’amazzone, tre galline equilibriste sul filo, pagliacci imbranati, signore anziane che gridano da una finestra all’altra delle roulotte. L’atmosfera è sognante, piacevole, e il pubblico è entusiasta, tutti si sbellicano dalle risate. Quindi si vede che siamo noi delle noiose.

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Inoltre va anche detto che l’incontro con la carovana, da accompagnare magari per un tratto di strada, è parte fondante dello show, e noi l’abbiamo persa. E in ogni caso il Cirque Bidon va preso e considerato nell’insieme: la sua storia, le sue abitudini, i suoi personaggi sono già uno spettacolo. Quindi, andate a vederlo. E il festival Mirabilia, anche lui l’abbiamo incontrato un po’ di passaggio. Soprattutto ho perso almeno un paio di spettacoli, incluso quello che probabilmente è stato tra i più belli (La pli i donn dei Cirquons Flex) per guardare la partita, scelta veramente deprecabile considerando che non solo è andata male, ma non abbiamo neppure trovato un posto decente dove guardarla, e poi a me che me ne frega della partita? Era per non fare le asociali, ma alla fine con tutto l’impegno non siamo riuscite a tornare molto dopo la mezzanotte visto che a mezzanotte tutto è finito. Trattenendo un briciolo di campanilismo romagnolo sulla festosità diffusa, prometto di tornare.

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Dove e quando l’ho visto: Savigliano, 2 e 3 luglio 2016

Dove e quando lo potete vedere: Cirque Bidon: 24-27 agosto Reggio Emilia, 29-31 agosto Sant’Ilario D’Enza, 2-7 settembre Colorno, 9-11 settembre Zibello

Tra sabbia e asfalto, in viaggio con l’Uomo che cammina

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Stazione di Santarcangelo, giovedì 14 luglio, ore 17.30. Ci vengono consegnati due biglietti: uno di Trenitalia, Santarcangelo-Rimini, euro 1,30; l’altro, Prologo, Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia. Poi firmiamo una liberatoria in cui decliniamo ogni responsabilità per incidenti di vario genere. E saliamo in carrozza. Inizia L’uomo che cammina di DOM, diretto da Leonardo Delogu e Valerio Sirna, che non saprei se chiamare spettacolo, progetto, camminata, viaggio, esperienza, gita o cosa. Comunque, inizia così. Sappiamo che è un lavoro legato al territorio, alla scoperta di zone del vissuto quotidiano, e che seguiremo un uomo lungo il suo percorso silenzioso per quasi quattro ore. Come, dove, con quali eventuali mezzi di trasporto e di supporto, non si sa (tra l’altro anche il responsabile di spazio è incorruttibile, non si lascia sfuggire una parola).

Scesi alla stazione di Rimini ci sediamo davanti a una casa in un filotto di sedie apposta per noi che fanno sì che le persone che passano guardino noi come se fossimo l’oggetto da osservare, o dovessimo fare qualcosa (noi ridacchiamo). Invece è alle finestre davanti a noi spettatori che accade qualcosa: una donna lava i vetri, l’uomo che camminerà indossa la camicia. E qui interviene una passante sui generis che lo apostrofa e tenta d’importunarlo con una bottiglietta d’acqua, non si sa perché, tant’è che ci chiediamo se faccia parte della scena o meno. Ed è solo la prima volta. Infatti, da quel momento, ogni persona che si affaccia, ci guarda, cammina, sorride, ci ignora, fa il suo lavoro o si fa i fatti suoi lungo il nostro cammino, viene il dubbio se sia parte del paesaggio urbano o dello spettacolo.

Intanto l’uomo, che è Maurizio Lupinelli, cammina, cammina, e noi lo seguiamo a debita distanza, con rispetto. Attraversiamo le strade del centro storico di Rimini, deviamo verso San Giuliano Mare, percorriamo il sentiero che porta alla spiaggia. Quali colombe dal disio chiamate. Non ricordo ogni passaggio, ogni deviazione o apparizione: resta l’insieme, a tratti nitido, a tratti sfumato. E poi, durante il percorso, si chiacchiera, e talvolta mi scordo cosa sto facendo e mi sembra di essere in gita, appunto, una ventina di studenti che seguono il maestro senza sapere bene cosa voglia far loro vedere.

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Ogni tanto succede qualcosa: ci vola a fianco un ragazzo in bicicletta, sulla quale è caricata una cassa, fornendoci la colonna sonora (Ci vorrebbe un amico, poi, più avanti, passiamo al canto russo, o forse ucraino), una ragazza balla nell’acqua, poi la ritroviamo riversa sul bagnasciuga, la scorgiamo da lontano mentre cammina parallela a noi sopra un tubo. Quando incrociamo un corpo abbandonato nel torrente Ausa insieme a noi passano pure dei ciclisti che, preoccupati o perplessi, si fermano interrogandosi sul da farsi (caso vuole che in quegli stessi giorni fossero stati trovati due cadaveri nel fiume, quindi insomma).

Rassicurati gli sportivi proseguiamo. Il cammino inizia a farsi sentire: ma quanto tempo è passato? Ogni tanto mi guardo intorno e penso che questi posti sono più vicini tra loro di quanto ricordassi: li ho toccati, da un punto all’altro, solo in macchina, credo. E comunque di strada ne stiamo facendo. I dettagli colpiscono, c’è una luce diversa, sembra tutto più vivo. Osserviamo ogni elemento come lo si osserva in un Paese straniero in cui si mette piede per la prima volta. Entriamo nei cortili, da un bar arriva la colonna sonora di Amarcord, e poi da un altro, e poi dal sax che suona un signore alla finestra. Mi perdo. Mi ritrovo sotto casa di un amico dove ci siamo dati appuntamento mille volte per quindici anni, dei bambini ci corrono intorno, prendono per mano l’uomo che cammina, la musica ritorna. Orti, dune, mare, sabbia, asfalto, cantieri navali, erba, il parco, passaggi ostici tra gli arbusti, cavalcavia, benzinaiMa dove siamo? All’Obi, sulla Statale. Bene. Vorrà mica tornare a Santarcangelo a piedi da qui?- il fiume, finalmente.

Attraversiamo molto altro, succede molto altro – l’atmosfera cambia, la scena muta, poi c’è un incontro, e un ritorno – ma credo di avere già detto troppo. Ecco questo per me è stato lo spettacolo più bello del Festival, per la ricchezza, la bellezza, la varietà, la verità, la vastità, la tangibilità, come un viaggio di una settimana condensato in quattro ore, quei viaggi in cui magari scambi due parole con qualcuno che poi ti rimarrà in mente, che cambiano il modo di percepire alcune azioni, alcuni luoghi, quadri, passaggi, paesaggi normali, non necessariamente belli, sicuramente già visti, che d’ora in poi avranno un tinta diversa.

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Dove e quando l’ho visto: Santarcangelo, 14 luglio 2016

Qualche altra informazione: www.casadom.org