Il cielo non è un fondale: piccoli (e grandi) tentativi di rapporti umani

Che cosa pensi dell’uomo fuori, solo, sotto la pioggia, quando sei dentro casa? Io niente, di norma, devo dire. Immagino che questa sia la risposta onesta un po’ di tutti, o no? È il caso di porla, la domanda? Daria Deflorian lo fa, e la lascia lì, aperta, affiancandole una serie di quadri, di spunti d’incontri e relazioni potenziali ma di fatto impossibili da realizzare, dal momento che il vetro che divide gli esseri umani puoi, sì, romperlo, con fatica, magari risultando anche inopportuno, ma alla fine più in là di un certo punto non ci arrivi. Per cui tanto vale restare a casa attaccati a un meraviglioso termosifone, forse.

2016-17 Daria Deflorian/Antonio Tagliarini Théâtre Vidy Lausanne "Il Cielo non e un Fondale" Texte et mese en scène de Daria Deflorian et Antonio Tagliarini

Il cielo non è un fondale è uno spettacolo perfetto, candidato, infatti, in cinque categorie ai Premi Ubu 2017, creato dall’attrice Daria Deflorian e dal coreografo Antonio Tagliarini, in scena a interpretare loro stessi, con i loro veri nomi, insieme al giovane Francesco Alberici e a Monica Demuru, che recita e canta con una bellissima voce alcune canzoni italiane, tra le quali, a più riprese, La Domenica di Giovanni Truppi, che non è un accompagnamento, bensì il gomitolo di strofe barcollanti e vere da cui si srotola questa (non) storia. Canzone che, tra l’altro, ha anche un bellissimo video fatto di spaccati di vita urbana. Io la conoscevo e l’ho ritrovata sparsa sul palco, trasformata in parte del testo dello spettacolo.

Tutto inizia da un sogno fatto da Antonio, nel quale lui cammina solo e un poco abbacchiato sotto la pioggia, vede una donna che rovista a terra, una barbona, scorge il suo volto, ed è Daria! Lui, però, non si ferma. Tira dritto. Non sa perché, però fa così. Daria, fuori dal sogno, non se la prende, però rimane colpita, “perché io mi ci vedo proprio, a fare quella fine lì – dice – a rovistare tra le cose”. Lei poi, più avanti, a una donna sola con un carrello della spesa con le sue poche cose, in un parco, prima di uno serata a teatro, lei vestita tutta elegante, rivolgerà la parola, racconta. Però non è che questo dialogo sarà particolarmente fruttuoso. Le lascia dieci euro e la donna è contentissima. “Pensa se gliene davo cinquanta”.

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Poi c’è Francesco che pensa di avere una sorta di rapporto con un venditore di rose, perché gli chiede come stai, e lui risponde con una non risposta e un atteggiamento quasi di leggero fastidio, ostentando distacco, e allora Francesco cosa se ne fa di questa reazione? Niente. C’è la cassiera del supermercato che concede a Daria un minuto in più dopo la chiusura, perché lei si perde tra le corsie, non sa bene cosa prendere, indugia, ed è già tanto che sia arrivata fin lì, a fare la spesa, staccandosi dal suo termosifone, unico elemento stabile e confortante di una casa umida, dove gli angoli del tappeto Ikea insistono a sollevarsi nonostante le pile di libri disposte sopra per tenerli giù.

Sì perché alla fine come si fa a entrare veramente in relazione con gli altri, soffocati come siamo da questo “io obeso”, definizione impeccabile, da questo raccontarci ossessivo, da questo parlarci addosso costante e opprimente, che non si capisce a cosa serva visto che più parliamo e meno sappiamo? Come si fa a sapere davvero del resto del mondo? Parlano, gli attori in scena, raccontano come potrebbero raccontare a tavola, a una cena tra amici, al bar, parlano, non recitano, o meglio recitano con un linguaggio parlato, diretto, molto vero, e tentano sempre l’azione, il gesto. Ogni tanto, chiedono agli spettatori di chiudere gli occhi. Daria Deflorian è bravissima, e le scene, nelle quali è molto facile riconoscersi, scorrono fluide. Il cielo non è un fondale è uno spettacolo che racconta fatti semplici che si portano appresso, ma senza peso, questioni enormi, ed è uno spettacolo veramente divertente, e dopo anche lievemente sconfortante, perché resta lì, e torna. Ma è giusto così. Perché sono cose brutte da dire, ma sono cose vere. Magari se lo vediamo tutti dopo ci parliamo meglio, non si sa mai.

E a questo punto che cosa cambia se io divento tifoso a tempo pieno di una squadra di calcio, missionario, astronauta, organizzatore di gite per i vecchi a Lourdes? Tanto tutto può andare bene, e di tutto posso fare a meno.

E tu ti dai tanto da fare, ma fai sempre, sempre, sempre, sempre, sempre lo stesso errore.

Dove e quando l’ho visto: Bologna, Arena del Sole, 22 novembre 2017

Qualche altra informazione: www.defloriantagliarini.eu

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L’importanza della parola. L’esecuzione di Vittorio Franceschi

Hanno la stessa età / la morte e la luce

Mentre guardavo quest’uomo legato a una sedia, sanguinante, le mani mozzate e gli occhi bendati, sofferente ma non dominato dal dolore, afflitto eppure lieve, che dissertava, filosofeggiava sul senso della vita tirando fuori ricordi e domande, lo seguivo e ogni tanto mi perdevo, prendendo direzioni diverse a partire dal filo del suo discorso, o forse solo da qualche parola. L’esecuzione di Vittorio Franceschi mi ha fatto pensare a molte cose. Come mi aveva spiegato lui stesso prima del debutto, ogni singola parola ha un peso e un significato. E’ uno spettacolo in poesia. Una guerra senza poeti è una guerra sprecata. E un poeta senza guerre è un poeta inespresso. D’altronde Franceschi è attore, regista, drammaturgo e poeta.

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Ph Luca Bolognese

C’è, di base, una grande sapienza nell’uso del linguaggio, e nell’interpretazione naturalmente. Insieme a un lungo studio. Visto questo lavoro, non mi sento di mettere in discussione la sua strenua difesa dell’importanza della formazione artigianale dell’attore. L’ho sentito rimarcare più di una volta questo assunto: non si può fare teatro se non si studia, non sono attori quelli che recitano col microfono (a lui sicuro non serve). L’attore bolognese disse di essere e voler essere anticamente moderno. L’accento sul passato e sull’antico mi aveva quasi intimorita, ammetto, ma non mi pare sia l’elemento caratterizzante (in positivo), o magari lo è, e allora sono antica anch’io nell’interesse a scavare.

Il testo, per nulla tenero, vive momenti di alleggerimento di tono ed è dotato di un grande equilibrio, non facile da mantenere, considerando inoltre che il protagonista sta fermo nella stessa posizione per l’intera durata, su per giù un’ora e mezzo, legato a una sedia, senza potersi muovere, senza vedere. Sta lì perché è condannato a morte: il giorno seguente verrà fucilato da un esercito di bambini. Al suo fianco c’è Laura Curino nel ruolo di una donna all’apparenza un po’ brusca, ma loquace: la guardiana, una sorta di assistente dei detenuti, un supporto psicologico che lo accompagna forse per compassione, forse perché si lascia coinvolgere in questo viaggio nel passato e nell’umano. Anche lei racconta, ha un vissuto pieno di dolore. Si scambiano battute. A lui fanno paura gli abissi, a lei la torta di mele: ci vuole niente a bruciacchiarla.

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Ph Luca Bolognese

Lui, che non ha nome né appartenenza, è un disertore. Ripercorre la sua esperienza di soldato in guerra, quando camminava sulle ossa sbriciolate, passa per l’inferno di un incendio al quale assistette da ragazzo, prosegue per un tormentante percorso all’interno delle sue stesse viscere, dalla gola alle budella, alla ricerca di un’anima che non c’è, perché la parte più nobile dell’uomo, confessa, è l’intestino, che perlomeno sta lì e fa il suo lavoro in silenzio, senza presumere troppo di sé stesso. Per il resto, dentro ci sono un sacco di cose schifose, noccioli di ciliegia e rimasugli. Poco di buono, nonostante sia una persona come un’altra, non particolarmente virtuosa, né malvagia. O probabilmente proprio per questo.

Questo spettacolo mi ha fatto in qualche modo sentire sollevata. Un testo sì angosciante, in un certo senso finale, definitivo, che mi ha contemporaneamente trasmesso come un sentore di consapevolezza, o accettazione, e leggerezza. E’ un’angoscia che solleva perché l’uomo soffre, va incontro alla morte e ha paura, però qualcosa si appiana, e anche se niente di quello che dice è confortante, la sua parola conforta.

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Ph Luca Bolognese

Una parola può bastare bisogna cercare tra le bucce e i torsoli tra le palpebre dei ciechi sotto i cuscini dei vecchi tra le pagine dei libri mai aperti tra le note mai suonate degli spartiti dimenticati nei portagioie vuoti nei buchi delle calze nel geranio morto di sete nella fetta di pane secco cercate nel pugnale dell’assassino nel dolore dei respinti nella solitudine dei moribondi nel volo muto del suicida dev’esserci date un’occhiata mettete un cartello Cerco parola.

Dove e quando l’ho visto: Modena, Teatro delle Passioni, 8 novembre 2017

Qualche altra informazione: www.vittoriofranceschi.com

La parola lirica e solenne. I Giuramenti del Teatro Valdoca

Portiamo nella voce, nel pensiero, questo dono, il più prezioso forse. Di certo il più pericoloso: la parola. La logorata o viva. Cara nostra parola.

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Ph Ana Shametaj

Fuori dal Teatro Bonci di Cesena, venerdì, c’era una fila lunghissima, su tutta la piazza, per la terza e ultima replica di Giuramenti, il nuovo spettacolo del Teatro Valdoca, che ha debuttato mercoledì 12 aprile. Un appuntamento molto sentito. Ho letto che il Valdoca produce una grande opera teatrale ogni cinque anni, prendendosi il tempo necessario alla ricerca e all’elaborazione. Tre mesi intensivi nei boschi di Mondaino, attorno all’Arboreto, Teatro Dimora, hanno concluso questo lungo periodo di attesa. Dodici ragazzi hanno convissuto, provato e improvvisato, lasciandosi guidare dagli spunti testuali di Mariangela Gualtieri e dalle indicazioni di Cesare Ronconi. Mi è subito piaciuto molto questo carattere boschivo, di rovi, sentieri, terra, ruscelli, salite e discese, e mi è subito piaciuta molto questa parola: giuramenti. Non si usa quasi mai.

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L’Arboreto – Teatro Dimora, Mondaino (RN)

Le sedie della platea erano coperte da un grande telo bianco sul quale scorreva, proiettata, l’acqua. Al lato opposto rispetto al palco c’era una scultura con quattro zampe, come un altare, o un feretro. Quindi si potevano occupare solo i palchi. Escono i ragazzi, sono bianchi, sono giovani e morti. Glielo diciamo? Cosa? Che abbiamo più di cent’anni. Che sappiamo volare. È un Coro. Il Coro è l’elemento attorno a cui l’intero spettacolo prende forma, quasi un’opera lirica, parlata e cantata, all’unisono e a una voce sola. Tutti insieme, o a piccoli gruppi, i giovani attori occupano lo spazio dell’intero teatro. Camminano, corrono in cerchio a passo di danza, sempre più forte, compongono schiere, cantano. Una ragazza avanza, e pronuncia il suo monologo. Parlami che io ascolto. Parlami che mi metto seduta. E ascolto. Metto una mano sull’altra. Parlami e ascolto. Un ragazzo traina un carro. Che cos’è, io chiedo, questo sentire. Perché, all’improvviso, per un pugno di intense parole, o per un risuonare di note, o per una faccia, quella faccia, o anche se guardo da solo il mare.

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Ph Maurizio Bertoni

Non c’è una trama. Non c’è uno schema. C’è il ritmo. Non accade nulla, e accade tutto, tutta l’energia vitale, tutte le domande, le richieste, i desideri, la voglia, le paure, le incertezze, viene tutto fuori, con una parola bella, importante, corposa, violenta. C’è un tempo preciso, qui e ora, i vent’anni dei protagonisti, e un tempo antico, eterno. Il testo di Mariangela Gualtieri è bellissimo, si agita nelle voci dei ragazzi. Viene voglia di rileggerlo, d’impararlo a memoria, di recitarlo. Sono parole di amore, di vita, di gioventù, di sfrontatezza, di fede, giuramenti all’amicizia, alla comunità, al contatto, alla vita, affermazioni di principi, di sé, invocazioni, rituali.

Questo chiedo: avere in me il seme della tempesta. Spazzare via la calma apparente della generazione mia. Destare la rivolta. Spaccare voglio questa convinzione di concretezza, la dittatura dell’apparenza, della misura, della materia dominante. Affiora tutta la vicinanza di quei mesi passati insieme, gli odori, i suoni, l’avventura saltano fuori selvatici, c’è la sensazione di qualcosa di primitivo, primordiale, visceralmente umano, forse dimenticato. L’uomo chiede, la quercia, il mare rispondo, la natura ha la chiave. Baci, coraggio, disperazione, immensità, animali, piante, erba, dentro e attorno a sé. È una grande opera collettiva, l’espressione di una grande forza. E il Coro – finestra spalancata sul mondo, ferocemente – chiude con un saluto finale, che contiene dentro tutto, l’individuale, il pubblico, l’attualità, il presente.

Dove e quando l’ho visto: Cesena, Teatro Bonci, 14 aprile 2017

Qualche altra informazione: www.teatrovaldoca.org

Il Natale in casa Cupiello di Latella, in parole semplici

A questo spettacolo sono arrivata con un mucchio d’informazioni stipate in testa, letture di recensioni di stampo opposto, l’intervista col regista, il ricordo di un precedente spettacolo che non mi era piaciuto e pure una e-mail a sorpresa in cui qualcuno proponeva d’interdire e far arrestare Latella, insieme ad altri suggerimenti che non riporto per delicatezza. Pur non concordando con questi pareri, mi ero comunque immaginata che, nel caso avessi poi scritto qualcosa, avrei usato aggettivi quali concettuale, pretenzioso, incomprensibile, ricercato, presuntuoso, autoreferenziale. Invece non me ne serve nessuno.

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Ph Brunella Giolivo

Natale in casa Cupiello è una delle commedie più famose e amate di Eduardo De Filippo. La trama, a grandi linee, è questa: interno napoletano; Luca Cupiello è ossessionato dal presepe, ogni anno lo allestisce con cura maniacale ma suo figlio Tommasino detto Ninello non gli dà mai una soddisfazione, Te piace ’o presepe? No, e pure sua moglie Concetta ne ha le scatole piene. La figlia Ninuccia è sposata con Nicola ma ha un amante, Vittorio, e alla vigilia di Natale si scatena un putiferio perché, a causa di una serie d’incastri, viene tutto a galla. Per Luca è un collasso, morale e fisico: quella famiglia in cui credeva, costruita e alimentata con tanta cura, era un’illusione, una grande menzogna.

Questo Natale in casa Cupiello di Antonio Latella da una parte ha scatenato le ire di alcuni spettatori, nello specifico dei cultori di De Filippo, inorriditi dallo stravolgimento dell’allestimento, dall’altra ha conquistato una profusione di elogi dalla critica (Latella, pluripremiato, è considerato tra i migliori registi contemporanei). La prima parte non mi preoccupava, non soffro per gli stravolgimenti, se hanno un senso. La seconda, invece, mi ha fatto temere di trovarmi di fronte a qualcosa di cui non avrei capito niente, un accumulo di simbolismi e richiami letterari che io solitamente o non riconosco, perché non sono abbastanza preparata, o se li riconosco non so cosa farmene.

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Ph Brunella Giolivo

Premesso che ci sono, lo spettacolo non vive però di quelli. È un lavoro corposo e dettagliato sul testo originale (integro e intero), che lo esalta, con una messa in scena in tre atti imponente. Gli attori recitano in napoletano e in italiano testo e didascalie, precisando dunque cosa stanno per dire o fare e in che modo (entrando da sinistra, risponde infuriato), citando pure gli accenti (acuto, grave, circonflesso) con conseguente slancio o inarcamento del corpo, che si potrà obiettare che non vuol dire niente, ma cadenza e colpisce. All’inizio schierati in fila, bendati. Un coro che scandisce, ritma, canta. Chi parla si toglie la mascherina. Al centro un nervoso Lucariello (Francesco Manetti), la solida Concetta (Monica Piseddu), Nennillo, Ninuccia, Nicolino, Pasqualino e gli altri. Sulla loro testa una stella cometa splendida, gigantesca e minacciosa.

Secondo atto: il pranzo. Concetta che traina un carretto, tutto il peso, tutta la fatica sulle sue spalle, un delirio di animali di pezza lanciati dalle braccia di un personaggio all’altro con ciuffi di pelo che rotolano qua e là, il bacio tra Ninuccia l’amante, la comparsa di Nicolino, il marito, Ninuccia scaraventata da un uomo all’altro, lo sconforto profondo di Concetta, Luca indaffarato col presepe, poi la scoperta, e il malore. Scena nuda, nera, musica alta, incalzante, movimenti rapidi, concitati. E la voce registrata di Eduardo, Mo miettete a fa ò presepio n’ata vota… ricominciamo da capo tutto, che ritorna, e si ripete, e fa alzare la testa verso l’alto con riguardo, forse un po’ di soggezione, ai personaggi in scena, ed emoziona, e sicuramente fa venire nostalgia a tanti in sala.

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Ph Brunella Giolivo

Rabbia, a pochi. Ad esempio a un signore seduto un paio di file dietro di me che ha commentato a voce alta l’intero spettacolo, anticipando le battute, illustrando ciò che era chiaro a tutti quindi sicuramente anche alla donna al suo fianco alla quale si rivolgeva, quanta pazienza, intercalando con dei ma guarda quello, ci mancava solo questa, e continuando imperterrito nonostante le gentili ma ripetute richieste di silenzio dei vicini. Siccome è stato un caso isolato (per quel che ho percepito dalla mia postazione), lasciamolo stare lì, come tale. Quattro o cinque persone se ne sono andate, ma per il resto una buona accoglienza.

Il terzo atto è cantato, litanie funeree. Le donne dalle larghe gonne in nero, Luca  bambinello in fin di vita nella mangiatoia, due peluche a vegliarlo negli ultimi respiri. Io non mi sento troppo affine al lavoro di Latella, ma in conclusione, di questo spettacolo, mi hanno colpito i quadri, le composizioni umane, il copione srotolato, studiato. E poi si capisce. Mentre mi rimane sinceramente oscuro il motivo di un accanimento a prescindere contro un’interpretazione. In generale. C’è un divieto legale, morale, etico, letterario, culturale, o cosa? Il testo è quello. Minuzioso. La storia è quella, i personaggi sono quelli. Chiaramente la mano e la testa del regista ci sono e si vedono, in modo imperativo. Ma questo si sapeva, e non mi risulta sia proibito.

La mia impressione è che una simile operazione su De Filippo non possa che stimolare curiosità e interesse in chi lo conosce poco o per niente, ad esempio tra i tanti ragazzi, immagino una scuola, presenti in sala, e regalare nuovi spunti a chi lo sa a memoria. Non trovo molto appassionante la ripetizione, che non sarà mai tale e quale l’originale, ma se qualcuno lo vuole replicare così com’è mi sta benissimo. Se qualcun altro poi lo vuole interpretare liberamente mi sta benissimo uguale. Stessa libertà di non vedere lo spettacolo, o di vederlo e massacrarlo, ma per quello che è.

Dove e quando l’ho visto: Bologna, Arena del Sole, 14 dicembre 2016

Dove e quando lo potete vedere: fino  a domenica 18 a Bologna, dal 20 dicembre al 4 gennaio al Teatro Argentina di Roma, 5-8 Metastasio di Prato, 10-22 Carignano di Torino

Qualche altra informazione: www.stabilemobile.it

Di tessuti aerei, cerchi, Bidon e altre Mirabilia

In questi giorni il Cirque Bidon è in giro per l’Emilia, e così leggendo delle sue tappe mi sono ricordata di essermi dimenticata di scriverne dopo averlo visto all’inizio di luglio in Piemonte, o meglio di scrivere del Festival Mirabilia che l’ospitava, e della famiglia albanese trapiantata in Piemonte che ospitava noi. Non l’ho dimenticato in realtà, è stato scavalcato da un susseguirsi di eventi; con il solito tempismo, è arrivato il suo momento.

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Mirabilia è un festival internazionale di circo e teatro che torna ogni anno al confine delle Langhe, nel cuneese.  Dura a lungo e io ne ho visto solo un pezzetto nel paese di Savigliano, che si raggiunge su infinite strade in una campagna piena d’industrie e di un’incredibile quantità di trattori. All’ingresso del paese c’è la fabbrica gigante di Alstom, che è quel colosso che si occupa d’infrastrutture ferroviarie un po’ ovunque dunque anche a Bologna. Costeggiando una sorta di canale di scolo e il muro col filo spinato della fabbrica raggiungiamo il nostro alloggio airbnb, una casa di campagna con le caprette che pascolano nel mezzo della strada tra un prato verde e il cemento dell’Alstom. Il giardino è fiorito, c’è un cane festoso e una madre di famiglia che subito ci fa intendere che questa casa non è un albergo (con estrema gentilezza, la verità), dunque io e la mia amica Maddalena rientriamo subito e compostamente nel ruolo di figlie.

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Dopo aver discusso con la vera figlia sul da farsi con il fidanzato poco liberale, informato dettagliatamente l’intera famiglia sui nostri progetti e assicurato che non saremmo tornate molto dopo la mezzanotte, raggiungiamo il paese con due biciclette rasoterra che ci regalano un adeguato aspetto circense. È un centro storico grazioso, curatissimo. Solo che del festival si percepisce poco: probabilmente non è il momento più intenso. In una piazza è parcheggiata la carovana del Bidon, che vedremo il giorno dopo. Entriamo in una sala per il primo spettacolo. A bruciapelo, senza aver ancora capito bene dove siamo: ed è uno spettacolo di circo-teatro di grande misura e poesia, con musiche da pelle d’oca, oltre a un uso fuori dal comune del tessuto aereo: qui si vola, il tessuto è un appiglio di passaggio. Si chiama Bloom, ed è lo spettacolo di debutto della giovane compagnia Makìa, legata alla scuola Circo Vertigo, con la consulenza artistica di Milo Scotton.

Un giardinetto di periferia, foglie d’autunno, una giostrina macilenta e una panchina. È una storia di vita e di relazioni, di crescita, con una bella scena in cui un personaggio cammina mentre gli oggetti che gli altri gli appioppano segnano il passare delle età, dal ciuccio fino ai soldi e al rifiuto di una condizione non voluta, poi finalmente libero in volo. Tessuti, cerchi, pertiche, intrecci di corpi. I movimenti  seguono l’andamento dell’animo dei protagonisti, o forse il contrario, nostalgia, tristezza, rabbia, affetto, rifiuto, passione s’incarnano nei loro corpi flessibili, il cerchio vortica impetuosamente, ed è uno sconvolgimento, e poi la quiete. C’è una seconda parte completamente diversa e staccata, che pare uno spettacolo a sé stante e che non era forse necessaria, ma è talmente accattivante – Drive-in anni 50, colori vivaci, spensieratezza – che alla fine pensi che sarebbe stato un peccato non vederla.

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Ecco questo per me, per quel pochissimo che ho intercettato in quei giorni, è il migliore esempio di circo-teatro, o nouveau cirque, che dir si voglia. Perché rispetto ad altro visto e intravisto, dietro a Bloom c’è un pensiero, una costruzione, energia, fatica (banalmente, una regia) oltre alla grande capacità tecnica, ma anche espressiva, dei performer. Perché, non me ne vogliano i numerosi bravissimi acrobati, sul tessuto ormai ci siamo saliti in tanti, vuoi perché va di moda ed è intrigante, vuoi perché dà soddisfazione dal momento che, sembra incredibile, qualcosa rimedi pure se hai una preparazione atletica tendente allo zero come nel mio caso: io poco e male, un tentativo, ma altri molto e bene, con allenamento e un minimo di grazia, e allora probabilmente è una reazione sbagliata, ma vedere a ripetizione le stesse cose che vedi in una palestra non basta. È ginnastica.

A questo punto non ho ancora detto nulla del Bidon perché in effetti mi trovo un po’ in difficoltà, non riuscendo a esprimere l’entusiasmo che ero certa avrei senz’altro espresso. Probabilmente sono arrivata troppo carica di aspettative (e questo non si deve mai fare ma si fa sempre). Il Cirque Bidon ha una storia straordinaria e un’aura magica e magnetica attorno a sé, e questo forse fa sì che il contenuto dello spettacolo fatichi a essere all’altezza di tutto ciò, l’ho detto. Questa carovana macina chilometri dal 1975 con lentezza in giro per l’Europa. I loro carri, con i gerani alle finestre, l’orchestrina, i cavalli, l’accento francese, e quel meraviglioso signore, Françoise Rauline, il signor Bidon, con gli occhi azzurri scintillanti e il barbone bianco. Voglio dire, se non li ami c’è qualcosa che non va. Lo spettacolo, Bulle de rêve, alterna numeri di clownerie e acrobatici a piccoli pezzi di teatro, ci sono i bellissimi cavalli che attraversano la pista guidati da un’amazzone, tre galline equilibriste sul filo, pagliacci imbranati, signore anziane che gridano da una finestra all’altra delle roulotte. L’atmosfera è sognante, piacevole, e il pubblico è entusiasta, tutti si sbellicano dalle risate. Quindi si vede che siamo noi delle noiose.

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Inoltre va anche detto che l’incontro con la carovana, da accompagnare magari per un tratto di strada, è parte fondante dello show, e noi l’abbiamo persa. E in ogni caso il Cirque Bidon va preso e considerato nell’insieme: la sua storia, le sue abitudini, i suoi personaggi sono già uno spettacolo. Quindi, andate a vederlo. E il festival Mirabilia, anche lui l’abbiamo incontrato un po’ di passaggio. Soprattutto ho perso almeno un paio di spettacoli, incluso quello che probabilmente è stato tra i più belli (La pli i donn dei Cirquons Flex) per guardare la partita, scelta veramente deprecabile considerando che non solo è andata male, ma non abbiamo neppure trovato un posto decente dove guardarla, e poi a me che me ne frega della partita? Era per non fare le asociali, ma alla fine con tutto l’impegno non siamo riuscite a tornare molto dopo la mezzanotte visto che a mezzanotte tutto è finito. Trattenendo un briciolo di campanilismo romagnolo sulla festosità diffusa, prometto di tornare.

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Dove e quando l’ho visto: Savigliano, 2 e 3 luglio 2016

Dove e quando lo potete vedere: Cirque Bidon: 24-27 agosto Reggio Emilia, 29-31 agosto Sant’Ilario D’Enza, 2-7 settembre Colorno, 9-11 settembre Zibello

Tra sabbia e asfalto, in viaggio con l’Uomo che cammina

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Stazione di Santarcangelo, giovedì 14 luglio, ore 17.30. Ci vengono consegnati due biglietti: uno di Trenitalia, Santarcangelo-Rimini, euro 1,30; l’altro, Prologo, Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia. Poi firmiamo una liberatoria in cui decliniamo ogni responsabilità per incidenti di vario genere. E saliamo in carrozza. Inizia L’uomo che cammina di DOM, diretto da Leonardo Delogu e Valerio Sirna, che non saprei se chiamare spettacolo, progetto, camminata, viaggio, esperienza, gita o cosa. Comunque, inizia così. Sappiamo che è un lavoro legato al territorio, alla scoperta di zone del vissuto quotidiano, e che seguiremo un uomo lungo il suo percorso silenzioso per quasi quattro ore. Come, dove, con quali eventuali mezzi di trasporto e di supporto, non si sa (tra l’altro anche il responsabile di spazio è incorruttibile, non si lascia sfuggire una parola).

Scesi alla stazione di Rimini ci sediamo davanti a una casa in un filotto di sedie apposta per noi che fanno sì che le persone che passano guardino noi come se fossimo l’oggetto da osservare, o dovessimo fare qualcosa (noi ridacchiamo). Invece è alle finestre davanti a noi spettatori che accade qualcosa: una donna lava i vetri, l’uomo che camminerà indossa la camicia. E qui interviene una passante sui generis che lo apostrofa e tenta d’importunarlo con una bottiglietta d’acqua, non si sa perché, tant’è che ci chiediamo se faccia parte della scena o meno. Ed è solo la prima volta. Infatti, da quel momento, ogni persona che si affaccia, ci guarda, cammina, sorride, ci ignora, fa il suo lavoro o si fa i fatti suoi lungo il nostro cammino, viene il dubbio se sia parte del paesaggio urbano o dello spettacolo.

Intanto l’uomo, che è Maurizio Lupinelli, cammina, cammina, e noi lo seguiamo a debita distanza, con rispetto. Attraversiamo le strade del centro storico di Rimini, deviamo verso San Giuliano Mare, percorriamo il sentiero che porta alla spiaggia. Quali colombe dal disio chiamate. Non ricordo ogni passaggio, ogni deviazione o apparizione: resta l’insieme, a tratti nitido, a tratti sfumato. E poi, durante il percorso, si chiacchiera, e talvolta mi scordo cosa sto facendo e mi sembra di essere in gita, appunto, una ventina di studenti che seguono il maestro senza sapere bene cosa voglia far loro vedere.

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Ogni tanto succede qualcosa: ci vola a fianco un ragazzo in bicicletta, sulla quale è caricata una cassa, fornendoci la colonna sonora (Ci vorrebbe un amico, poi, più avanti, passiamo al canto russo, o forse ucraino), una ragazza balla nell’acqua, poi la ritroviamo riversa sul bagnasciuga, la scorgiamo da lontano mentre cammina parallela a noi sopra un tubo. Quando incrociamo un corpo abbandonato nel torrente Ausa insieme a noi passano pure dei ciclisti che, preoccupati o perplessi, si fermano interrogandosi sul da farsi (caso vuole che in quegli stessi giorni fossero stati trovati due cadaveri nel fiume, quindi insomma).

Rassicurati gli sportivi proseguiamo. Il cammino inizia a farsi sentire: ma quanto tempo è passato? Ogni tanto mi guardo intorno e penso che questi posti sono più vicini tra loro di quanto ricordassi: li ho toccati, da un punto all’altro, solo in macchina, credo. E comunque di strada ne stiamo facendo. I dettagli colpiscono, c’è una luce diversa, sembra tutto più vivo. Osserviamo ogni elemento come lo si osserva in un Paese straniero in cui si mette piede per la prima volta. Entriamo nei cortili, da un bar arriva la colonna sonora di Amarcord, e poi da un altro, e poi dal sax che suona un signore alla finestra. Mi perdo. Mi ritrovo sotto casa di un amico dove ci siamo dati appuntamento mille volte per quindici anni, dei bambini ci corrono intorno, prendono per mano l’uomo che cammina, la musica ritorna. Orti, dune, mare, sabbia, asfalto, cantieri navali, erba, il parco, passaggi ostici tra gli arbusti, cavalcavia, benzinaiMa dove siamo? All’Obi, sulla Statale. Bene. Vorrà mica tornare a Santarcangelo a piedi da qui?- il fiume, finalmente.

Attraversiamo molto altro, succede molto altro – l’atmosfera cambia, la scena muta, poi c’è un incontro, e un ritorno – ma credo di avere già detto troppo. Ecco questo per me è stato lo spettacolo più bello del Festival, per la ricchezza, la bellezza, la varietà, la verità, la vastità, la tangibilità, come un viaggio di una settimana condensato in quattro ore, quei viaggi in cui magari scambi due parole con qualcuno che poi ti rimarrà in mente, che cambiano il modo di percepire alcune azioni, alcuni luoghi, quadri, passaggi, paesaggi normali, non necessariamente belli, sicuramente già visti, che d’ora in poi avranno un tinta diversa.

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Dove e quando l’ho visto: Santarcangelo, 14 luglio 2016

Qualche altra informazione: www.casadom.org

Di corsa, di notte, a passo di danza. Santarcangelo 2016

La notte

È volato, il Festival di Santarcangelo, e però dal primo spettacolo mi sembra sia passato un mese. Ho visto diverse cose, non sono sicura di ricordarle tutte. Sono sicura di avere ascoltato molta musica e di aver fatto spesso tardi. So che c’è stato uno spettacolo diverso da tutti, il più bello, per me. E che, come mi pare non accadesse da un po’ (ma è una percezione soggettiva), ci fosse un’aria comune, da cercare, magari da rincorrere da un posto all’altro, di festa grande, di luci e buio e suoni e gente, tutta insieme. Io che amavo il Circo Inferno Cabaret, in quegli anni, le sue lucine calde e le musiche etniche (ma erano gli anni da volontaria, non vale), non è, in ogni caso, che mi senta immediatamente a casa nelle luci fredde da discoteca, nel rituale del ballo, quel ballo, nei ritmi catartici, ripetitivi, colonna sonora e sostanza di questo Festival. Eppure non poteva non attrarre, e pur mantenendo un filo di distanza mi è piaciuto, e molto. E mi è parso ci sia stato un grande sforzo, e un saluto in grande stile da parte di Silvia Bottiroli, che ha concluso i suoi anni di direzione artistica.

Lumen
Lumen – Ph. diane – Ilaria Scarpa_Luca Telleschi

Fin dal principio, con un inizio potente: le donne-corvo di Bouchra Ouizguen, coreografa marocchina, sul tetto del Supercinema, con quel movimento della testa ipnotico, un grido di liberazione dalla pancia, e il fuoco e le musiche sciamaniche di Luigi De Angelis ed Emanuele Wiltsch Barberio, Lumen, nello Sferisterio, e poi, qualche giorno dopo, di nuovo alla ex-cava del Lago Azzurro, e l’Ascesa all’Olimpo di Zapruder, versione teatrale della Cuccagna, questa volta con una band metal che incitava gli atleti all’arrampicata frenetica sul palo piantato nel mezzo del parco, di cui sono riuscita a vedere solo la fine, peccato. In più, c’era da viaggiare. Io che qui ci sono cresciuta mi sono trovata in posti che mai avevo veramente visto, o considerato, o notato da quel punto di vista: l’utilizzo degli spazi è stato capillare, attento, straordinario.

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Tell me love is real il primo spettacolo vero e proprio, il newyorkese Zachary Oberzan che recita e canta e illustra divertito e divertente e sereno il suo tracollo psicologico e il tentativo di suicidio con un’intera confezione di Xanax, al quale è evidentemente sopravvissuto, a differenza di Whitney Houston, parlandoci con tranquillità di elettroshock, interrogandosi sulla natura delle relazioni, chiedendo a noi spettatori di affermare che l’amore è reale (che razza di pretese, Zachary). Oberzan che io ringrazio per la sua meravigliosa pronuncia, così perfetta e ben scandita e chiara, senza una sola sillaba mangiata, cosicché è impossibile non cogliere qualcosa (e poi ci si trova a pensare Vedi quanto lo so bene, l’inglese: ho capito tutto, tutto), e per quella leggerezza bella delle cose profonde raccontate con intelligenza, e per il karaoke: Je t’aime moi non plus di Serge Gainsbourg da cantare così, la parte dell’uomo, in azzurro, lui, la parte sospirosa della donna, che si colora in rosa, il pubblico. Che ha cantato, eccome (e poi ci si trova a pensare Alla fine l’ho poi pure imparato un po’ di francese, guarda).

Zachary Oberzan
Tell me love is real – Ph. diane – Ilaria Scarpa_Luca Telleschi

Le talpone di Philippe Quesne, La nuit des taupes, mi hanno un po’ inquietato ma non entusiasmato, nonostante l’idea interessante di mostrare, così com’è, la vita sotterranea di questi animali che scavano, mangiano, scivolano, si riproducono, suonano, come una società ben organizzata dunque, e la scenografia grandiosa con stalattiti e stalagmiti, pietre e vermi, giganti anche loro. Bello, asciutto, nello stesso spazio dell’Itse Molari, Hearing di Amir Reza Koohestani, la visione di uno spaccato iraniano, il dormitorio di un’università femminile dove qualcuno sente la voce di un uomo: quattro attrici, dialoghi intrecciati che fanno perdere il senso di cosa sia reale o meno, un paio di telecamere in una scena vuota e buia; pochi, perfetti elementi che raccontano tanto sulle limitazioni di una società, sul peso che infligge alle donne. Nella stessa palestra, allestita ad accampamento, ho visto Natten di Mårten Spångberg, uno spettacolo che dura dalle 23 fino alle 8 del mattino seguente: movimenti lenti, musica rilassante, stesi a terra sulle coperte. Era tardi, era buio, era l’ultimo giorno, ero molto stanca e dopo due orette mi sono addormentata. Che andava bene, era previsto, però poi in un momento di risveglio ho deciso di abbandonare in favore del letto, anche se un po’ mi è dispiaciuto.

Michele Rizzo
Higher – Ph diane – Ilaria Scarpa_Luca Telleschi
Teorema
Teorema – Ph diane – Ilaria Scarpa_Luca Telleschi

Ma prima, di nuovo danza e clubbing: Higher di Michele Rizzo, ancora qualcosa che non avrei pensato potesse coinvolgermi e invece sì, il buio, le luci che si accendono ritmicamente, un poco per volta, il suono che si riempie gradualmente insieme ai passi dei tre danzatori che si fanno anch’essi più pieni, più convinti, mentre il caldo dentro il capannone del Centro Teorema diventa sempre più opprimente eppure resistiamo, che in fondo è normale, in una discoteca. Fuori, nel parcheggio coperto di questo centro commerciale in una zona di passaggio, una rotonda che si attraversa per uscire dal paese, vanno in scena due dopofestival (che quest’anno transitano in luoghi diversi), e il confine, com’è voluto, tra lo spettacolo e il ballo che ne segue, è quasi invisibile, mentre Villa Torlonia, maestosa, ne ospita un altro, a cura di Motus e Markus Öhrn, un’impalcatura al centro del cortile interno con le casse a 360 gradi e sotto, le cantine, con un’attrazione irresistibile, il toro meccanico, che si pensa possa essere quasi facile riuscire a restare in sella, e invece.

Sicuramente ho dimenticato qualcosa, o molto. Un’ultima cosa, però, la ricordo. Durante lo spettacolo che per me è stato il più bello, camminando, ormai stanchi, a fianco del fiume Marecchia, una ragazza bionda mi si è avvicinata e mi ha fatto molte domande, aguzzando l’attenzione quando ha saputo che sono di Santarcangelo. Voleva sapere com’era il Festival dieci, quindici anni fa, voleva sapere soprattutto come lo vivono gli abitanti del paese. I cittadini, ha detto. Cosa ne pensano, loro? Era una ragazza di Helsinki. Qualche giorno dopo, la notizia: sarà la nuova direttrice artistica. E sono stata rimasta così colpita, e contenta. Io ho avuto qualche difficoltà a rispondere, su cosa ne pensano i cittadini, del Festival, perché molto è stato fatto, ma per molti è ancora lontano. Forse lo è sempre stato, forse non ha alcun senso pensare che possa essere per tutti. Potrebbe non essere necessariamente un bene, penso ora. Raccolgo le impressioni poco convinte, talvolta sarcastiche, di amici che, normalmente, il teatro non lo seguono. Di persone dell’età dei miei genitori che hanno smesso di andare a vedere alcuni spettacoli per ragioni logistiche, più che altro. Non lo so, diverse volte mi sono sentita distante anch’io. Di questo Festival, però, ne avrei voluto ancora. E la spontaneità, e la curiosità di Eva Neklyaeva, mi fanno pensare positivo.

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Ph diane – Ilaria Scarpa_Luca Telleschi